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Il dolore di Carvalho, detective dei piaceri

E’ morto Vázquez Montalbán, scrittore impegnato e padre dell’investigatore gastronomo E’ morto ieri lo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, creatore dell’«investigatore gastronomo» Pepe Carvalho. Questo testo è la prefazione a una raccolta di scritti gastronomici che uscirà da Feltrinelli.

Solitamente, i piaceri vengono trasformati in materiale letterario per stigmatizzarli, e questo accade non soltanto alla lussuria, che ha condotto all'inferno delle scritture buona parte dei personaggi migliori, ma anche al cibo, utilizzato dai grandi scrittori solo come paesaggio, al massimo come dato naturalistico. Il rapporto cibo-letteratura nelle opere letterarie senza aggettivi viene portato alle estreme conseguenze nel cosiddetto romanzo poliziesco, in cui spesso i personaggi mangiano poco e male, anche quando si tratta di antieroi straordinari, come Marlowe, vittima degli hamburger. Esiste qualche eccezione, come Maigret che cerca la cucina di stagione nei bistrot di Parigi o si rifugia negli eccellenti manicaretti della Signora Maigret. Anche due americani, Van Dyne e Rex Stout, si vantano di saper mangiare e, nella letteratura europea, l’ultima stella sfolgorante, l’italiano Camilleri, propone eccellenti menu della cucina siciliana per il suo commissario Montalbano. In qualche occasione, Montalbano accenna con disprezzo ai menu di Carvalho, ritenendoli un po’ troppo robusti. Tuttavia, lo stesso cognome del commissario è un omaggio che l’amico Camilleri ha voluto fare al mio romanzo Il pianista che tanto aveva gradito. La sordidezza del romanzo poliziesco più o meno convenzionale non esclude di puntare sui piaceri. Se James Bond dimostrava un’ottima conoscenza dello champagne, non capivo perché mai Carvalho dovesse rinunciare a spiegarsi la vita mediante le sue passioni gastronomiche, come cuoco e come consumatore. E’ stato merito di Carvalho rivendicare obiettivi di giustizia sociale insieme a quelli di giustizia individuale, capitolo di cui fanno parte i piaceri. «Si vive soltanto una volta» dice una delle canzoni preferite di Carvalho, un bolero che prosegue: «Bisogna imparare ad amare e a vivere». I romanzi di Carvalho non sono soltanto proposte di divertimento, ma anche di riflessione critica e di conoscenza. E perché non di conoscenza della gastronomia? In questo Carvalho Gastronomico è raccolto non solo quello che Carvalho dice sulla cucina, ma anche quello che pensa. Questa opera lunga e divertente si basa sulla cucina spagnola; e si passa dalla voce Patata dolce a José Mari Arzak , da Letteratura e cibo fino alla preparazione di centinaia di piatti, tra i più particolari della cucina di Spagna. Pur essendo filtrata dallo sguardo di Carvalho, l’opera è una scommessa sulla felicità e un ampio ricettario di come si possa bere e cucinare. Opera quindi di piacere e apprendistato. Manuel Vázquez Montalbán

Corriere della sera, 19.10.2003

Addio Pepe Carvalho

Morto a 64 anni lo scrittore spagnolo che ha inventato Pepe Carvalho Montalban, il signore del giallo

Manuel Vàzquez Montalbàn si è sentito male all’aeroporto di Bangkok. Non ce l’ha fatta. Aveva solo sessantaquattro anni, ma soffriva di cuore da tempo. Ho avuto la notizia ieri mattina mentro ero in taxi e come immagino sia successo a tutti i suoi amici, colleghi e lettori ci sono rimasto malissimo. Credo che di testimonianze e di ricordi in questi giorni ce ne saranno tanti, se così non fosse ci sarebbe da preoccuparsi, ma vorrei aggiungere anche i miei. Esiste un termine in uso a Bologna con un significato leggermente diverso da quello che può avere a Napoli, a Roma o nel resto d'Italia, e quel termine è tranquillo. Da noi il termine tranquillo ha un valore innanzitutto umano. Significa una bella persona, uno che non si dà arie, che mantiene una cortese, tranquilla umiltà anche di fronte alla dimostrazione quotidiana del proprio intimo valore. La prima volta che ho visto Manuel Vàzquez Montalbàn è stato alla Semana Negra di Gijon, un festival letterario che si tiene ogni anno nelle Asturie. Poi l'ho rivisto a Mantova, al Festival della Letteratura, in coppia con Andrea Camilleri, in un teatro che strabordava di persone. L'ho sempre trovato così, tranquillo, uno che quando ti parlava non ti faceva percepire nessuna differenza tra scrittore e lettore, come se fossimo lì tutti e comunque per la stessa cosa: l'amore per la scrittura e la lettura. Così era Manuel Vàzquez Montalbàn, uno di quegli scrittori in grado di fare almeno tre di quelle cose che tutti i grandi scrittori dovrebbero saper fare. La prima è creare un universo narrativo nel quale lo scrittore, i suoi personaggi e soprattutto i suoi lettori possano muoversi con rassicurante familiarità, con imprevista sorpresa. Lo aveva fatto in maniera più evidente con la serie dei romanzi gialli di Pepe Carvalho, il suo bellissimo investigatore gastronomo. Chi ha avuto la fortuna di trovarselo tra le mani già nell'82 nella edizione di Un delitto per Pepe Carvalho di Editori Riuniti o più facilmente nell'84 in Assassinio al Comitato Centrale di Sellerio, poteva immaginarlo fin da subito che quello strano tipo tormentato e ironico, cinico ma appassionato, curioso come un vero investigatore da giallo sa esserlo, non lo avrebbe abbandonato più, tornando con gli stessi gesti, ma sempre un po' diversi. Con le pagine dei libri più strani da strappare per accendere il fuoco del camino, i piatti elaboratissimi da preparare anche alle due di notte, i posti più imprevedibili e meno pittoreschi di una Barcellona vivissima che da sfondo diventa immediatamente personaggio. Libri così si leggono perché ti piacciono e vuoi vedere come va a finire, ma anche perché conosci i personaggi che, attraverso quell'universo narrativo, sono diventati degli amici. Manuel Vàzquez Montalbàn faceva questo, ma non solo. Come i grandi scrittori, non suonava sempre la stessa musica. Definirlo un giallista sarebbe riduttivo, perché non scriveva solo romanzi gialli. C'è Galindez, che riscotruisce la complessa e controversa storia di un nazionalista basco scomparso nel '56, c'è Io, Franco, la monumentale biografia del "generalissimo", c'è il piccolissimo Riflessioni di Robinson davanti a centoventi baccalà, ci sono le tantissime poesie e gli articoli sui giornali. Faceva tutto questo e lo faceva, ed ecco la terza qualità di un grande scrittore, riflettendo il suo tempo e cercando di incidere su esso. Faceva letteratura, raccontava storie e proprio per questo faceva "politica". Per esempio, non si possono leggere i "gialli" di Pepe Carvalho senza fermarsi a pensare sui temi che ci si trovano dentro, nascosti tra le righe e serviti all'improvviso come uno dei suoi piatti notturni: la crisi delle ideologie e soprattutto quella del comunismo, le contraddizioni del capitalismo, i servizi segreti, la coscienza sporca del franchismo e del post franchismo, le guerre, l'imperialismo, la globalizzazzione. Temi espressi senza pregiudizi ideologici, con ironia e spirito di contraddizione, da un uomo che la militanza l'aveva vissuta con tre anni di carcere durante il regime franchista. Quando un grande scrittore muore all'improvviso, per i lettori è un lutto insanabile. Gli scrittori restano nei libri, il loro universo non muore con loro. Sembra che fosse già pronto un altro libro di Pepe Carvalho e quindi ancora una volta almeno lo possiamo rivedere. Con la morte di uno scrittore il suo universo narrativo però si ferma. Perciò siamo tristi come suoi lettori. Penso che ogni lettore potrebbe dirgli quello che uno dei suoi personaggi ha detto a Pepe Carvalho, dopo essere stato svegliato alle due di notte per mangiare un grandioso piatto di tagliolini al salmone: «Ti ringrazio, Pepe. Hai regalato una notte alla mia vita. Avrei potuto passarla stupidamente dormendo e inveve ho mangiato un piatto meraviglioso».

Carlo Lucarelli - Il Mattino, 19.10.2003

Il ricordo di Camilleri

«Ispirò il mio commissario»

«Ho battezzato il commissario Salvo Montalbano in onore di Manuel Vàzquez Montalbàn, il mio caro amico di cui oggi piango la scomparsa». È commosso Andrea Camilleri, nel parlare dello scrittore catalano. «Non ne ammiravo solo il raffinato stile narrativo, l'invenzione del detective-gourmet Pepe Carvalho, ma anche e soprattutto il profilo intellettuale, antifascista e comunista». Tra i due autori era nata da tempo un’amicizia fatta di omaggi reciproci, articoli, prefazioni, conversazioni, E del progetto di un libro a quattro mani, da intitolare, magari, «Montalbano & Montalbàn».

A. Camilleri

Il nome del mio Montalbano? Un omaggio a Manuel Vázquez

Magari c'è stato anche qualcuno che, sprovveduto in materia di "gialli", si è chiesto quale strana parentela esistesse tra Salvo Montalbano, commissario a Vigata, Sicilia sud occidentale, un debole per la cucina mediterranea, e Manuel Vázquez Montalbán, padre di Pepe Carvalho, poliziotto spagnolo alla ricerca dei mari del sud e, già che c'è, dei più seducenti manicaretti sulle ramblas di Barcellona. Visto che ne ebbi l'occasione, lo chiesi anch' io ad Andrea Camilleri, che rispose: «No, Montalbano non ha alcuna parentela con Pepe Carvalho e neanche con Montalbán. Hanno in comune la passione per la cucina, è vero, ma il mio poliziotto è probabilmente più vicino alla solarità di certi personaggi marsigliesi del povero Jean Claude Izzo. Il nome, invece sì, è un omaggio a Montalbán, perché proprio leggendo un suo libro capii come dovevo strutturare un romanzo giallo». Resta il fatto incontestabile che sia Pepe Carvalho, detective stranulato che si infila in storie criminali disegnate con fantasia catalana, sia Salvo Montalbano con la sua "squadra" dissestata, sono uomini del Sud, lontanissimi dai nebbiosi Maigret, tutti Quai des Orfevres, Calvados e mogli fedeli con la minestra calda al ritorno a casa; o dai "neri" Marlowe che trascinano la loro vita agra tra bicchieri di rye su e giù per il Sunset Boulevard; o dai quasi cimiteriali esperti di criminologia e di medicina legale come l'insopportabile Kay Scarpetta di Patricia Cornwell o il tetraplegico mastermind Lincoln Rhyme di Jeffrey Deaver. Carvalho e Montalbano sono detective solari. E tra i loro autori era nata una affiatata amicizia, tanto che era in cantiere il progetto di un libro a quattro mani, magari intitolato «Montalbano a Montalbán».

Mario Spezi - Il Resto del Carlino, 19.10.2003

Hasta luego Manolo!

Per un infarto improvviso è morto ieri lo scrittore spagnolo Manuel Vazquez Montalbán

«Neanche il tempo di scendere dal taxi e perdere l'atmosfera dell'aria condizionata che le nari e i polmoni di Carvalho furono investiti da una zaffata di aria calda e unta, profumata dalle fritture in olio di cocco e dagli aromi del prezzemolo asiatico, del cipollotto e dello zenzero. Carvalho non aveva abbastanza occhi né abbastanza vita per comprendere nella sua totalità tutto quello che gli offriva il Mercato della Domenica». Per una strana corrispondenza tra letteratura e vita, proprio nella Bangkok celebrata in una delle avventure del suo personaggio immaginario Pepe Carvalho - Gli uccelli di Bangkok - è morto lo scrittore spagnolo Manuel Vazquez Montalbán. A soli 64 anni un infarto lo ha stroncato venerdì pomeriggio all'aeroporto della città thailandese, di provenienza dall'Australia - aveva svolto a Sidney un ciclo di conferenze letterarie. Il malore lo ha colto mentre aspettava il volo che lo avrebbe riportato a Madrid. Non solo inattesa, la morte dello scrittore è anche l'irruzione di un'inevitabile fatalità in una letteratura centrata invece sulla vita, sui colori dell'esistenza, la sensualità, l'erotismo, la passione politica. In quel genere noir a tinte catalane che Montalbán aveva attraversato in lungo e largo nelle vesti del detective Pepe Carvalho nato dalla sua fantasia, la morte era sì presente ma come pretesto, riassorbita negli intrecci dell'ironia. A dispetto di omicidi e assassini i suoi gialli fanno da cornice a stravaganze gastronomiche, a desideri voluttuari, allo spargimento di profumi cibari, ad afrori di corpi generosi. Da qui un linguaggio aderente al mondo come un dispositivo di propaggini sensoriali, all'opera, per esempio, nel ritratto di una via affollata di Bangkok, «pezzetti di maiale ricoperti di miele scuro, spaghetti di riso sottili come cibo per angeli vergini, orchidee alimentate da cortecce di cocco, giacche sintetiche imbottite per inverni mentali, tenute da campagna per guerriglieri urbani, machete, portachiavi, uova in salamoia simili a coglioni di mulatto, una vasca da bagno di cemento dipinta di verde, agitatori sociali con megafono che incitano le masse mentre la polizia sembra non sentire a una distanza tollerante e prudente». Per quanto il nome di Manuel Vazquez Montalbán fosse associato a quello di Pepe Carvalho, la sua produzione letteraria e teorica è in realtà molto più ampia. Nato a Barcellona nel luglio del 1939 da una famiglia operaia comunista, in vita ha attraversato i ruoli del romanziere, del poeta, del critico gastronomico, nonché del militante politico nella Spagna franchista. Trascorre l'infanzia in un quartiere popolare della città catalana: il Barrio Chino, il quartiere cinese a ovest delle Ramblas, un coagulo di edifici fatiscenti, abitati da povera gente. Le rovine prodotte dai bombardamenti della guerra civile sono ancora visibili in un ambiente che Montalbán descriverà successivamente ne Il pianista. Riceve i primi riconoscimenti letterari, proprio a ridosso della condanna a tre anni di carcere per la sua militanza clandestina nel Partito socialista unificato di Catalogna nel 1962, ad opera di un consiglio di guerra. Sempre in quegli anni, lo scrittore collabora con una rivista del dissenso antifranchista, «Triunfo». Al grande pubblico diviene noto con le periodiche apparizioni dei suoi articoli sul quotidiano "El Pais", ma la sua esplosione avverrà dopo la morte di Franco, nel clima di generale esaltazione della vita culturale spagnola. La consacrazione letteraria giunge nel 1979 con la pubblicazione del romanzo I mari del sud, che gli vale il Premio Planeta e il Premio Internazionale di Letteratura Poliziesca in Francia. La lunga serie dei gialli animati dal personaggio di Carvalho sono anche un ritratto della Spagna post-franchista. Proprio questo nesso tra memoria, letteratura e politica Montalbán rimarcò ancora pochi mesi fa, quando partecipò a Roma a un incontro letterario insieme a Saramago e Camilleri - l'autore italiano che al nome dello scrittore ha dedicato a sua volta il proprio personaggio, il noto commissario Montalbano. In quel convegno si soffermò, appunto, sul potere delle dittature politiche - o del mercato - di appropriarsi della memoria collettiva. L'esempio più lampante era offerto proprio dai dispositivi falsificanti del franchismo che dopo la guerra civile si impadronì della memoria dei vinti. Alla letteratura - meglio ancora nei suoi generi più popolari, a cominciare dal giallo - Montalbán affidò il compito scavare e recuperare il rimosso. Con questa vocazione politica si era accinto al suo ultimo romanzo Millennio - già redatto nella sua versione definitiva: un viaggio intorno al mondo del suo detective alle prese con la guerra in Iraq, la globalizzazione economica e i conflitti del Medio Oriente. L'ultimo erede della sinistra spagnola

«Stavamo aspettando che tornasse dall'Australia a giorni, doveva consegnare "Millennium", annunciato come l'ultimo Carvalho, mille pagine. A Francoforte la sua agente mi aveva raccontato che era molto entusiasta del viaggio che stava facendo dall'altra parte del mondo». E' quanto detto da Carlo Feltrinelli, principale editore delle opere dello scrittore spagnolo in Italia, alla notizia della morte. «A tutti noi mancherà molto come compagno di viaggio, come stimolante e arguto interlocutore sulla politica, sull'Italia, sulla Spagna, su Cuba e tante altre cose ancora che ci intrigavano». A Carlo si aggiunge il ricordo di Inge Feltrinelli, «era prima di tutto un amico. Era Manolo, per tutti, soprattutto per i cuochi e i camerieri dei ristoranti, che lo adoravano. Ed è in un ristorante che l'ho incontrato la prima volta, Casa Leopoldo, a Barcellona, nel Barrio Chino, quando neanche i taxi volevano entrare in quel quartiere, perché era pericoloso». «Era timido - continua - ma allo stesso tempo sempre disponibile a parlare con tutti, generoso di sé, autoironico, con un fortissimo senso dell'umorismo, molto catalano». «Amava molto l'Italia, e in particolare la cucina. Quella per la gastronomia era la sua passione principale, insieme al calcio. Quando ci incontravamo a Barcellona, Manuel mi portava sempre nei ristoranti più tipici e poveri, quelli in cui lui, un pò istrionicamente, entrava in cucina per dirigere la preparazione dei piatti». Dai giudizi di Inge emerge un profilo di «Manuel come uno degli ultimi intellettuali spagnoli della sinistra classica». «Se ne va un bravissimo autore brillante, capace di un contemporaneo sguardo ironico e drammatico sulla realtà», ha detto, invece, la scrittrice Dacia Maraini. «Non è un caso che il nostro più grande autore di gialli, Andrea Camilleri, abbia chiamato il suo popolare commissario, Salvo Montalbano, proprio in onore dello scrittore spagnolo Vazquez Montalban». Lo ricorda anche Vincenzo Consolo, che conosceva Montalban dal 1989, quando lo incontrò in occasione della consegna del premio Racalmare: «Perdo un caro amico e la sua scomparsa provoca in me immenso dolore. E più in generale perdiamo uno scrittore straordinario, seppure prolifico. E' stato acuto, intelligente di grande qualità». Rimarca, poi, come Montalban «abbia rinnovato la cifra narrativa di Simenon con il suo personaggio di Pepe Carvalho, che è diventato un modello per molta narrativa, anche per il nostro Andrea Camilleri».

Tonino Bucci - Liberazione, 19.10.2003

Il cuore generoso di Pepe Carvalho

E poi dicono che la vita non s´aggroviglia con la letteratura. Manolo e Pepe sono morti a Bangkok. Avevamo imparato, qui da noi, ad amarli tutti e due, leggendo Gli uccelli di Bangkok, che nel 1990, pubblicato da Feltrinelli, inaugurava la serie di Carvalho, l´investigatore privato. Veramente ce n´erano stati altri due, prima: Un delitto per Pepe Carvalho, Editori Riuniti, nel 1982 e Assassinio al Comitato centrale, Sellerio, 1984. È ingiusto dire che passarono inosservati. José Carvalho Touron, origini galiziane, laureato, comunista, ex agente della Cia, gastronomo, cuoco, filosofo, innamorato di una puttana, bruciatore di libri, era un personaggio troppo diverso per non innamorarsene. E quasi del tutto simile al suo autore, Manuel Vázquez Montalbán. La differenza più vistosa è che Pepe è calcisticamente agnostico, mentre Manolo era gran tifoso blaugrana, i colori del Barcellona (vista non solo come squadra, ma come manifesto dell´antifranchismo, in opposizione al Real). Se è vero che Flaubert disse «Madame Bovary, c´est moi», Vázquez Montalbán non aveva bisogno di dire altrettanto su Pepe Carvalho: era fin troppo chiaro. A volte uno inseguiva l´altro: Carvalho abitava a Vallvidrera ben prima del suo creatore-alter ego. Erano nati l´uno e l´altro (l´uno è l´altro) nel Barrio chino, la zona povera di Barcellona, e malfamata. Piccoli e grandi delinquenti, puttane, spacciatori, ma anche famiglie operaie uscite a pezzi dalla Guerra civile. Bisogna andarci, anche adesso che è meta turistica, ma occhio alle borsette, annusarla, respirarla questa zona. In suo libro VM cita una frase di Marx: «Si conosce un paese solo quando si è mangiato il suo pane e bevuto il suo vino». Frase talmente condivisibile che, innamorato cotto, durante le Olimpiadi del 1992, a Barcellona, mi ero imposto un giro nei ristoranti di Pepe Carvalho. Senza chiedere direttamente a VM: era già tutto scritto nei romanzi. Per lo spuntino di mezzogiorno, naturalmente, mi rifornivo alla Boqueria, il mercato coperto: jamon serrano, quello vero, de bellota, una scodella di trippe, un po´ di tapas, in alternativa formaggi stagionati. E poi c´era un chiosco indimenticabile di frutti di bosco: lamponi, more, mirtilli, ribes, che aiutavano e benedicevano l´ultimo bicchiere di Rioja. Per la sera, che poi significava almeno cominciare a mezzanotte, c´erano i locali, più trattorie che ristoranti, più frequentati da indigeni variegati che da turisti. Pepe era nato all´11 di calle Botella: una predestinazione? VM ha scritto libri di ricette, ma anche di poesie. Biografie (una, famosa, di Franco) e saggi. Ha fatto il giornalista, continuava a farlo. Poteva raccontare dei gol di Kubala o del subcomandante Marcos, dei rossi della Rivera del Duero o di Pasolini. I conti si fanno sempre, regolarmente, quando uno muore, ma non ce n´era tanta in giro, di gente così. Il commissario Montalbano, carattere ribelle ma inserito nella legge, buona forchetta, è nato in omaggio a Pepe, e si chiama così in onore di Manolo. Pepe non è l´unico investigatore goloso. Lo era, a livelli meno consapevoli e sbandierati, Maigret. Lo era Nero Wolfe, ma con tanto di cuoco nella famosa casa di arenaria da cui quasi mai usciva. Il miglior piatto del mondo, per i due morti all´aeroporto di Bangkok tra un atterraggio e un decollo, era il riso con baccalà che cucinava la nonna. Tutti e due erano stati in galera e sapevano che la miglior salsa del mondo è la fame (questo lo scrisse Cervantes). Pepe non è nemmeno l´unico investigatore innamorato di una puttana. Lo era Duca Lamberti, personaggio di Scerbanenco, lo sono stati (è un classico) molti eroi dell´hard boiled school. Si sa che Pepe ha avuto una moglie, Muriel, militante comunista che parlava di politica anche a letto, e una figlia, di cui VM non fornisce il nome. Si sa che a un certo punto lui propone a Charo (Rosario García Lopez all´anagrafe, nella trasposizione filmica purtroppo interpretata da Valeria Marini, ma non si può avere tutto dalla vita) di vivere insieme, ma lei rifiuta e va a fare la centralinista in un albergo di Andorra (geniale). Non c´è quasi mai lieto fine, nelle storie di VM. Anzi spesso il finale lascia l´amaro in bocca. Nemmeno, come si usa dire, il colpevole viene sempre assicurato alla giustizia. A VM importava più raccontare storie abitate da persone vere che infiocchettarle col lieto fine. Il Barrio chino, a Barcellona, vale i carrugi di Genova o i vicoli di Napoli. Chi ci arriva con una macchina fotografica vede il colore locale, chi ci è nato vede la vita e le sue sfumature, le sue mille storie. VM e PC leggono molto, ma non è sui libri che trovano la dignità, la miseria, la disperazione, il cinismo, l´arte di arrangiarsi. Pepe è un investigatore di strada, cammina volentieri (come Maigret), delega pochissimo, giusto la lista della spesa a Biscuter, conosciuto in galera, il suo Sancho Panza, quello che non ama i discorsi complicati. Pepe ha una sua morale e non la piega, non la affitta, non si fa comprare. È ostinatamente di sinistra non tanto per quello che fa ma per quello che non fa. Non ha simpatia per i potenti, gli arricchiti, la crème. Non è né si sente la crocerossina dei derelitti, degli ultimi, ma sa da che parte stare. Non dà importanza ai soldi, né alle cose. Si ripromette di bruciare un libro al giorno (fa un´eccezione per quelli di Conrad) perché ne ha letti tanti ma non gli hanno insegnato a vivere. A chi gli chiede se è marxista, risponde di sì, «sezione gastronomica». È romantico quasi controvoglia. Scrive più di mille lettere a Charo ma non ne imbuca una. Ha più ex amici che amici, più ex compagni che compagni, più lampi erotici che amori. Il figlio di Evaristo Vázquez (operaio, anche lui detenuto per sovversione) e Rosa Montalbán ha fatto invecchiare Pepe, forse aveva il problema di come e quando farlo morire. La vita ha deciso per tutti. «Mi piace salutarti negli aeroporti», avevano detto a Pepe. Enric Fuster, suo vicino di casa, appassionato di piatti complicati a base di anatre e foie gras, era preoccupato per i tanti infarti che avevano falciato i suoi amici. Sono fiammiferi che s´accendono, come la coincidenza del morire a Bangkok. Nel nostro egoismo di lettori ben nutriti, ieri è morto Pepe Carvalho per la proprietà transitiva. Perché è morto VM. Ci mancherà la sua curiosità onnivora, la sua figura discreta (che ricordava vagamente un Poirot meno belga), l´impasto narrativo in cui faceva convivere Ostrovskij e Paul Anka (un retrogusto di Soriano). «Cinema e canzoni si sono alimentati di letteratura. È tempo che la letteratura si alimenti di cinema e canzoni. I programmatori del divorzio tra cultura d´élite e cultura di massa moriranno sotto il peso della massificazione della cultura», aveva scritto VM. È morto ancora giovane, sgambettato da un cuore che ho immaginato grande e generoso. Così è morto Pepe Montalban.

Gianni Mura - La Repubblica, 19.10.2003

La passione sicilina di Montalbán

È morto ieri Manuel Vázquez Montalbán. Lo avevo incontrato a Barcellona nel 1992 per il cinquecentenario della scoperta dell´America. «Niente scoperta», mi disse, «ma conquista coloniale». Era un Montalbán molto arrabbiato, che non condivideva in nulla le dispendiose celebrazioni che il governo di Gonzales aveva inscenato, un Montalbán molto tranchant su certi eventi della storia che includevano la Spagna. Negli ultimi anni, negli ultimi mesi - l´ultima volta che lo incontrai fu a Roma in aprile - si era come ammorbidito. Aveva acquistato una sorta di fatalismo appena sornione e non rassegnato. Sarà interessante per i lettori di questo giornale, un dettaglio, anzi più che un dettaglio, che rifluisce carsicamente da quel primo incontro ad altri successivi nel tempo. Quello del '92 si allungò da casa sua sino al mio albergo, il giorno dopo, perché nella piazza sottostante, in pieno Barrio Gotico, si poteva assistere a un rito. Quel ballare in cerchio tenendosi per mano a gruppi di sette o dieci, tra gente che generalmente non si conosce. Allora, nel 1992, Montalbán era un uomo incline alla pinguedine, aveva poco più di 53 anni ma mi sembrò più vecchio di me. Sciascia era morto da tre anni. Si erano visti quell´unica volta nella sua casa di Palermo, un mese prima che Sciascia morisse. Era così malato che Montalbán, venuto a dimostragli la sua gratitudine (non soltanto per il premio Racalmare che gli aveva fatto assegnare, ma per averlo accreditato autorevolmente presso i lettori italiani) era stato sul punto di rinunciare. Furono la signora Myriam Sumbulovich, più che traduttrice un tramite prezioso con l´Italia, e Ferdinando Scianna che li fotografò, a fargli superare quella preoccupata esitazione. «Era un uomo parco, i suoi ultimi libri straordinari erano piccoli libri di poco più di cento pagine. Ed era parco anche nel cibo, io so. Però lo apprezzava. So anche questo». E aprì un cortese capitolo sulla cucina siciliana, come gli si era manifestata in quella prima visita, una specie di agnizione. Ma in quel frangente risultò più incuriosito che informato; si illuminò quando accennai a una gelatina al mandarino inventata da Giovanna Piccolo, la sorella di Lucio nella villa di Capo d´Orlando dove il poeta e i suoi fratelli passavano la vita intrattenendo scarsi rapporti con il mondo. Ma non seppi esplicarne dosi e cotture. Undici anni addietro Vázquez Montalbán aveva già notoriamente farcito la sua letteratura di quell´idea pressoché erotica del cibo, ma ancora non gli si era spalmata addosso la didascalica etichetta di scrittore-gourmet. In uno degli incontri successivi aveva perso almeno dieci chili, il capo potente e calvo emergeva dalle spalle su un corpo piccolo. E, sconcertante novità nella sua fisionomia, si era anche tagliato i baffi. «Mi sono dovuto mettere a dieta» sembrava si scusasse per una specie di tradimento. E allora fatalmente si sviluppò un altro filo conversativo; passando per Calvino che si definiva un uomo grasso in un corpo magro («Ahimè, a me accade il contrario» mi interruppe malinconicamente) tornò su quel tema eccellente della cucina siciliana. Ma ora con una erudizione che certamente gli si era arricchita dalle frequentazioni con amici siciliani, amicizie come è noto infervorate da motivi diversi; Camilleri, Scianna... In ogni caso credo ne sapesse tanto attraverso un procedimento osmotico-letterario. Il desco gramo dei Malavoglia e l´abbondanza di casa Salina nel Gattopardo, i banchetti dell´aristocrazia e del clero palermitani. «Ho letto il libro dopo aver visto il film». Scherzò, ma non tanto, sull´origine di molte ricette della gastronomia dell´isola elaborate nel chiuso dei conventi. «Mi sono fatto una specie di giudizio socio-alimentare, secondo uno schema di verticalità, ma all´incontrario; nel senso del basso verso l´alto, ascendente. La cucina più succulenta e fantasiosa, più ricca di suggestioni papillari è fondata su questa gradualità che può sorprendere. Non dalle tavole riccamente imbandite degli aristocratici di una volta alle mense dei poveri in impossibili imitazioni e surrogazioni con materie prime scadenti. Ho studiato il fenomeno proprio guardando anche alla storia siciliana non dissimile da quella del mio paese. La Catalogna rispetto alla Spagna ha implicazioni e circonvoluzioni non dissimili dalle vostre. La povertà dei ceti contadini e proletari siciliani ha prodotto anche la vostra eccellente cucina. Nessun cuoco al servizio dei ricchi si sarebbe sognato di cucinare il più infimo tra i pesci, le sardine, (sic) con l´altro semplice ingrediente, il finocchio selvatico dei campi per servire quella squisitezza, quel sogno tutto mediterraneo del pasticcio (sic) della pasta-con-le-sarde palermitana. Devono esservi condizioni di popolare indigenza endemica quali le avete patite voi perché si producano grandi scrittori come ne avete avuti in Sicilia; ma anche una grande civiltà gastronomica come la vostra.» Incontrai ancora Vázquez Montalbán questa primavera a Roma a un convegno, con Camilleri e Saramago. Era di nuovo grasso e si era fatto ricrescere i baffi.

Vanni Ronsisvalle - La Repubblica (ed. di Palermo), 19.10.2003

L'incontro con Camilleri a Mantova

Scrittore, commentatore politico e gastronomo, Montalban è stato tradotto in 26 Paesi e ha spesso ricambiato l'affetto del pubblico italiano. Tra i suoi estimatori, anche Andrea Camilleri che ha battezzato il suo celebre commissario "Montalbano", mutuando alcuni tratti della personalità del detective Pepe Carvalho, antieroe ed alter ego dello scrittore catalano. I due s'incontrarono per la prima volta a Mantova nel 1998, durante la seconda edizione di Festivaletteratura. "Era amabilissimo e generoso - ricorda Luca Nicolini, presidente del comitato organizzatore - proprio come si può immaginare di una persona con la sua passione e che viene dalla Spagna. Il '98 è stato l'anno in cui ha piovuto di più durante i giorni di Festivaletteratura, così abbiamo dovuto spostare molti incontri in luoghi coperti. Ho accompagnato Montalban e durante il tragitto abbiamo parlato di Camilleri, ci cui non aveva mai letto nulla. Tra loro l'affiatamento è stato spontaneo, com'è naturale tra due persone innamorate della propria terra". Commosso anche il ricordo di Gilberto Venturini, governatore di Slow Food, che durante il Festival del '98 ospitò Montalban a cena all'Ochina Bianca, di cui all'eopca era gestore: "Era un personaggio molto dolce, un grande amico della nostra associazione, goloso perché curioso. Nel '98 andai io a prenderlo ad Arezzo. Il programma del festival prevedeva la cena in un altro ristorante, ma avendomi dato la parola che sarebbe venuto da me, quella sera Montalban mangiò due volte. Gli feci assaggiare i bigoli con le sardella e alcune mostarde".

Igor Cipollina - La Gazzetta di Mantova, 19.10.2003

Quell’incontro con Camilleri

Due amici-colleghi tra politica e gastronomia

Con Manuel Vazquez Montalban avevamo appuntamento al'Hotel Vittoria. Lo avevo invitato, per conto del Comune di Brescia, a inaugurare, insieme a Andrea Camilleri, i «Pomeriggi in San Barnaba» nel giugno del 2000. I due scrittori si erano incontrati alcuni mesi prima a Mantova, complice Massimo D'Alema. In quell'occasione era nata tra di loro l'idea di scrivere un libro a quattro mani. Si erano poi rivisti a Barcellona, in Via Alberes, a casa di Manolo. L'incontro di Brescia sarebbe servito ad aggiungere altre pagine al futuro libro. Vazquez Montalban e Camilleri erano amici già prima di conoscersi. In qualche modo si parlavano attraverso i loro libri. Le affinità tra i due erano note. Camilleri aveva chiamato Montalbano il suo commissario. Vazquez Montalban ama la buona cucina almeno quanto lo scrittore siciliano. Entrambi hanno trasferito questa identica e sospetta passione sui loro eroi, i quali sfogano nel cibo le rispettive nevrosi: Salvo Montalbano divora le triglie fritte della «cammarera» Adelina; Pepe Carvalho crea in solitudine ricette raffinate e impossibili. «Non credo - disse al San Barnaba Camilleri - che i due andrebbero nella stessa trattoria. Se dovessero condurre insieme un'indagine in cucina, finirebbero per litigare». Lungo il percorso dall'Hotel Vittoria all'auditorium San Barnaba, in corso Magenta, formammo un piccolo corteo: il sindaco Paolo Corsini in testa ad illustrare i colori e la vivacità di corso Zanardelli, forse per tacitare in Manolo la nostalgia delle Ramblas; io li seguivo tenendo sottobraccio Camilleri (in Sicilia si usa così); dietro c'erano la traduttrice e il collega Claudio Baroni che avrebbe intervistato, insieme a me, i due scrittori; chiudeva il corteo una troupe di Raitre venuta apposta per seguire l'incontro. Il San Barnaba era pieno come un uovo. Camilleri e Vazquez Montalban si scambiarono opinioni sui loro eroi, sul mestiere di scrivere, sulla politica, sulla sinistra: con Camilleri, più stravagante, che dichiarava di essere ancora marxista («Il fatto di avere seppellito i morti - diceva - non vuol dire che il mondo è morto»); e Vazquez Montalban, più problematico, che si chiedeva che fine avesse fatto la sinistra e chi sarebbe stato il nuovo soggetto storico del cambiamento: «Fino a trent'anni fa - diceva - era il proletariato industriale, ma oggi chi è? Certamente esiste, sono tutti i perdenti in un senso plurale». La sera a cena, Manolo impose a Camilleri il «jamon serrano»; lo scrittore siciliano, non potendo rispondere a colpi di pasta con le sarde, si limitò a decantare la squisitezza dei brescianissimi casoncelli al bagoss. Manuel Vazquez Montalban era un formidabile inventore di storie e di atmosfere, attraversate da una dolorosa vena di indignazione per ogni forma di ingiustizia. Era mite e ironico. A suo modo spiritoso, anche se non esagerava in sorrisi. Scettico e malinconico, come il suo detective Pepe Carvalho, il quale è solito bruciare i libri per accendere il camino. «Lo fa perché, forse, la cultura non lo ha aiutato a vivere» disse Vazquez Montalban quel pomeriggio al San Barnaba. La mattina dopo lo andai a trovare in albergo per salutarlo. Volle essere portato in giro a fare acquisti gastronomici. Lo portai in una famosa salumeria del centro. A Manolo luccicavano gli occhi come un bambino curioso e goloso. Chiedeva tutto e toccava tutto. Comprò formaggi e salumi, infiniti tubetti di crema al tartufo e costosissime bottigliette di aceto balsamico. Il conto si aggirò intorno al milione e mezzo di vecchie lire. Anche così Manolo dimenticava l'antica povertà.

Antonio Sabatucci - Bresciaoggi, 19.10.2003

Pepe e Salvo, insieme, ma soltanto per una cena bresciana

Manuel Montalbàn s’incanta davanti al portone dell’Osteria Porteri: sente profumo di prosciutto. Andrea Camilleri è sornione più del solito. Siamo nel bel mezzo di Borgo Trento, si va a cena con due miti, dopo l’incontro in San Barnaba. Quella sera del 20 giugno 2000 resta incorniciata nella memoria. L’impresa di mettere allo stesso tavolo il padre di Pepe Carvalho e l’inventore di Salvo Montalbano non è stata facile: Ninni Sabatucci li ha corteggiati per un anno intero. Alla fine tutto va liscio: affollata la sala, nonostante il caldo infernale, distesa la conversazione. Il detective privato delle Ramblas e il commissario di Vigàta si concedono reciproci attestati di stima. Grandi affabulatori. Camilleri con la voce roca dalle mille sigarette, Montalbàn con il suo italiano impastato di catalano. Diversi e uguali: il disincanto di ideali giovanili consumati, il distacco di fronte ad un successo di portata mondiale. Mascherano con scetticismi radicati una passione per la vita che si incarna nelle loro creature letterarie. Pepe e Salvo sono il loro specchio. Prima dell’incontro bresciano, si erano misurati a distanza. C’era stato un weekend di Camilleri a Barcellona, si programma un viaggio di Montalbàn dalle parti di Porto Empedocle. Si vedrà... E ci sono gli editori che sognano un libro scritto a quattro mani. Di questo si parla a cena, a Borgo Trento. Hado Lyria, la traduttrice italiana di Montalbàn cerca di stringere i tempi. Ma i due autori sono distratti: Camilleri tace e accende l’ennesima sigaretta, «Manolo» insegue discorsi gastronomici, incantato dalla «cave» bresciana. Intesse paragoni, allunga citazioni. L’Italia per lui è una Terra promessa. La sta navigando sulla sua vecchia Jagaur verde-bottiglia. Viene da un tour in Toscana. Ha fatto rifornimento di lardo di Colonnata. Non è la letteratura l’argomento che lo stuzzica, quella sera. Lascia persino cadere qualche battuta sul «Barça». A tavola non c’è spazio neppure per la passionaccia calcistica. La moglie (ha dedicato il pomeriggio a Santa Giulia) lo guarda rassegnata: solo una volta gli ricorda che il cuore non sopporterà a lungo questo ritmo... Il libro a quattro mani? Si scambiano una mezza promessa: si manderanno lettere via fax, Hado penserà a ricucirle. Poi si vedrà... Ma già si capiva che quel libro sarebbe rimasto un sogno per gli appassionati di Pepe e Salvo.

Claudio Baroni - Giornale di Brescia, 19.10.2003

La morte improvvisa dello scrittore catalano Manuel Vazquez Montalban ha destato profonda commozione naturalmente nello scrittore empedoclina Andrea Camilleri. Il padre del famoso personaggio del detective Pepe Carvalho era appena arrivato all'aeroporto di Bangkok quando è stato colto da malore. «Con Montalban - disse Camilleri qualche tempo fa - è avvenuto un fatto che è stato abbastanza straordinario per me. Stavo scrivendo il "Birraio di Preston", e non riuscivo a trovare una struttura al romanzo. Questo libro, scritto in un ordine cronologico, risultava di una noia mortale. Leggendo "Il pianista" di Montalban, dove si fa un certo uso del tempo narrativo, mi si è aperto nella mente come avrei potuto strutturare il "Birraio di Preston": questo è il primo grosso debito che ho sempre avuto nei suoi riguardi. Giuro che non ci sarei riuscito da solo senza quell'"aiutino", sapete come quelli che si danno durante quei detestabili quiz delle interrogazioni a scuola. Perché, mi sono chiesto, devo scrivere un romanzo dalla a alla z? Io inizio da un episodio, e poi attorno ci costruisco il romanzo. E l'unico genere possibile in questo senso è il romanzo giallo. E così ho scritto il primo giallo dando al commissario, per un debito di riconoscenza, il nome di Montalbano, che, tra l'altro, è uno dei cognomi più diffusi in Sicilia». In Beppe Carvalho e Montalbano c'è un gusto comune per la cucina, anche se difficilmente andrebbero nella stessa trattoria. «Una volta dissi - ha proseguito - che Montalban doveva essere trascinato davanti al tribunale dell'Aia accusato di genocidio perché, se voi provate a mangiare quello che mangia Beppe Carvalho, è una cosa terribile. E allora che cosa c'è nei due personaggi di affinità? C'è una disincantata ricerca della verità». Vázquez Montalbán e Andrea Camilleri hanno fatto un libro insieme. Una lunga conversazione sul modello del dialogo Porzio-Sciascia. «Il mondo di Camilleri - aveva detto nelle settimane scorso Montalbán - è diverso dal mio. Con lui condivido l'ironia e una certa cultura gastronomica. Quella del mio Pepe Carvalho è più primitiva rispetto a quella di Montalbano».

Gaetano Ravanà - La Sicilia, 19.10.2003

Ora Pepe Carvalho è solo

L’improvvisa scomparsa a Bangkok di Manuel Vàzquez Montalbàn Ma il detective non è l’unico vanto dello scrittore

[...] Una produzione assai prolifica, fatta di poesie, saggi di sociologia, politica, attualità e letteratura che gli ha fatto meritare numerosi riconoscimenti, tra i quali c’è anche quel premio «Racalmare» assegnatogli nel 1989 da una giuria presieduta da Leonardo Sciascia. Un gemellaggio, quello tra Vàzquez Montalbàn e la Sicilia, che ha partorito figli importanti. Non è un mistero, infatti, che quando Andrea Camilleri dovette battezzare il commissario che sarebbe presto diventato un caso editoriale, scelse di chiamarlo Montalbano proprio in onore dello scrittore spagnolo. «Stavo scrivendo Il birraio di Preston - racconta l’autore siciliano - e non riuscivo a trovare una struttura al romanzo. Questo libro, scritto in un ordine cronologico, risultava di una noia mortale. Leggendo Il pianista di Montalbàn, dove si fa un certo uso del tempo narrativo, ho avuto un’illuminazione. Perché, mi sono chiesto, devo scrivere un romanzo dalla A alla Z? Io inizio da un episodio, e poi attorno ci costruisco il romanzo. E l'unico genere possibile in questo senso è il romanzo giallo. E così ho scritto il primo giallo dando al commissario, per un debito di riconoscenza, il nome di Montalbano. Che, tra l'altro, è uno dei cognomi più diffusi in Sicilia, ed ho preso due piccioni con una fava. In Beppe (lo chiama proprio così, ndr ) Carvalho e Montalbano c'è un gusto comune per la cucina, però non credo che andrebbero nella stessa trattoria. Credo che, se dovessero fare assieme un'inchiesta, in cucina il loro rapporto finirebbe per rompersi. Una volta dissi che Montalbàn doveva essere trascinato davanti al tribunale dell'Aia accusato di genocidio perché, se voi provate a mangiare quello che mangia Beppe Carvalho, è una cosa terribile». [...] Bruno Fabris

Bruno Fabris - L'Arena, 19.10.2003

L'INCONTRO, LE AFFINITA'

CAMILLERI. Io non avevo alcuna esigenza di conoscere Montalban. So benissimo che nel 99 per cento dei casi, quando si conosce uno scrittore amato, si hanno delle delusioni terribili. Quindi, non dovendolo sposare, ed essendo già sposato, perchè dovevo conoscere personalmente Vasquez Montalban? Bastavano i suoi libri che aspettavo con ansia. Senonchè mi è capitato che dovevamo incontrarci a Mantova al festival della letteratura, dove io lo avrei intervistato: tutti e due avevamo detto di sì, all'insaputa l'uno dell'altro. Senonchè c'è stato un invito gentilissimo di D'Alema, che avrebbe fatto da moderatore. Credo che sia stata da parte mia la curiosità di vederlo in quelle vesti a spingermi ad accettare l'invito. Ecco, quella è stata la prima conoscenza.

MONTALBAN. La prima notizia dell'esistenza di Camilleri è stata una notizia giornalistica. La mia traduttrice l'aveva letto, ed anch'io ho cominciato a leggerlo. Poi, l'incontro è stato sotto gli occhi del "padrino" D'Alema, la parola padrino è innocentemente pronunciata, non c'è un secondo fine. E avevo una grande curiosità di conoscere D'Alema come critico letterario. E lui ha fatto una critica letteraria di un mio romanzo "O Cesare o niente", e ha dato una curiosa interpretazione, molto gramsciana, del partito come "Il Principe": questo è stato un motivo di conversazione con Camilleri, questa lettura molto particolare di D'Alema. Camilleri, che è un uomo molto generoso - una generosità che non è normale in uno scrittore, e che, da narciso, lui dissimula molto bene - ha dimostrato una grande conoscenza della mia opera. E' vero che la nostra è stata un'amicizia vera, condizionata dalle letture, dagli incontri, e per questo per me è un piacere essere qui e rinnovare la possibilità di parlare in pubblico con Camilleri.

CAMILLERI. Con Montalban è avvenuto un fatto che è stato abbastanza straordinario per me. Stavo scrivendo il "Birraio di Preston", e non riuscivo a trovare una struttura al romanzo. Questo libro, scritto in un ordine cronologico, risultava di una noia mortale. Leggendo "Il pianista" di Montalban, dove si fa un certo uso del tempo narrativo, mi si è aperto nella mente come avrei potuto strutturare il "Birraio di Preston": questo è il primo grosso debito che ho nei suoi riguardi. Giuro che non ci sarei riuscito da solo senza quell' "aiutino", sapete come quelli che si danno durante quei detestabili, orrendi quiz delle interrogazioni a scuola. Perchè, mi sono chiesto, devo scrivere un romanzo dalla a alla z? Io inizio da un episodio, e poi attorno ci costruisco il romanzo. E l'unico genere possibile in questo senso è il romanzo giallo. E così ho scritto il primo giallo dando al commissario, per un debito di riconoscenza, il nome di Montalbano, che, tra l'altro, è uno dei cognomi più diffusi in Sicilia, ed ho preso due piccioni con una fava. In Beppe Carvalho e Montalbano c'è un gusto comune per la cucina, però non credo che andrebbero nella stessa trattoria. Credo che, se dovessero fare assieme un'inchiesta, in cucina il loro rapporto finirebbe per rompersi. Una volta dissi che Montalban doveva essere trascinato davanti al tribunale dell'Aia accusato di genocidio perchè, se voi provate a mangiare quello che mangia Beppe Carvalho, è una cosa terribile. Montalbano preferisce invece piatti più tranquilli, più genuini. E allora che cosa c'è nei due personaggi di affinità? C'è una disincantata ricerca della verità. Proprio disincantata. Sanno che possono sbagliare comunque, ad ogni passo che fanno. Sanno benissimo tutti e due che la verità nel 99 per cento dei casi non combacierà mai con la giustizia. Sono però onesti con se stessi. Ecco, credo che questa sia la cosa che li lega.

MONTALBAN. Io credo che tra i due personaggi non ci sia solo un' attitudine, un legame etico, ma anche tecnico. Nel senso del problema del "punto di vista", che è il primo problema narrativo e letterario. Il romanziere deve delegare il punto di vista. Curioso. Montalbano è un poliziotto pubblico, un funzionario, Carvalho no, è un privato. Ma l'attitudine malinconica verso il mestiere e la società è molto simile, coincidente nei due.Perchè Carvalho è un "privato"? Per la scarsa fiducia che c'era in Spagna in quell'epoca per la polizia pubblica franchista, fascista. Invece, la normalizzazione della vita democratica italiana dopo il '45 ha permesso questa considerazione diversa del ruolo del poliziotto pubblico. Ancor oggi io provo una certa inquietudine quando vedo un poliziotto. Pesano gli anni di coesistenza con il franchismo.

LA POLITICA

CAMILLERI. Il futuro della sinistra? Domanda da un milione di dollari. Sciascia termina un suo splendido libro con un personaggio che esce dalla sede del partito comunista per andare nella parrocchia di fronte. In questi casi credo che l'esperienza personale da raccontare sia l'unica possibile. Di me posso dire le cose nelle quali ho creduto e continuo a credere. Fare il processo al comunismo solo ed esclusivamte attraverso quanto di negativo in esso ci fosse è, a mio avviso, un punto di vista non storico e non oggettivo, che ci porta a commettere degli errori di giudizio. Ecco, io continuo ad essere tuttora un marxista. Questo non significa avere dei rimpianti, nessun rimpianto, ma questo significa avere una certa visione e valutazione della società e dell'uomo, che non è semplicemente una visione marxista. E' una visione comune alla sinistra. Direi che la fine del comunismo organizzato era una splendida occasione per la sinistra, ma anche questa occasione è andata persa. Per avere seppellito i propri morti, non si deve pensare che tutto il mondo è morto. No, si continuano ad amare le persone vive, e, per quanto riguarda il compito dello scrittore, non credo che sia quello di cambiare l'uomo, ma quello di aiutare l'uomo a capirsi, a cominciare dallo scrittore stesso in quanto uomo. Credo che lo scrittore abbia dei compiti molto precisi e, nello stesso tempo, limitati. C'è stato un bellissimo incipit di un articolo di Giovanni Tinebra, procuratore capo a Caltanisetta, che dice: i romanzi di Camilleri bisognerebbe leggerli tre volte, la prima per ridere, la seconda per esaminarli e mettere a fuoco i dettagli e la terza per cominciare a ragionarci sopra. Ecco, io aggiungerei anche, anche se so che è un compito arduo, leggiamoli una sola volta tenendo però presenti tutti e tre i piani.

MONTALBAN. Anch'io credo che la caduta del socialismo reale sia stata una magnifica occasione per ricostruire il discorso della sinistra. In tutta la mia opera si vede come il mio scetticismo per la destra è totale, mentra quello per la sinistra è relativo. Credo che il grande problema della sinistra in questo momento sia un pochino "robinsoniano". Si è prodotto un naufragio, l'occasione era la possibilità di costruire qualcosa di nuovo, si è recuperato parte del battello per erigere una piccola costruzione e guadagnare tempo. Il fatto importante è il chi è, chi è il soggetto attuale, storico, della trasformazione. Fino a trent'anni fa era il proletariato industriale, ma oggi chi è? Certamente esiste, sono tutti i perdenti in un senso plurale. E si può vedere che esiste anche oggi una contestazione generale contro la globalizzazione, ma si tratta di un nuovo soggetto in una fase di formazione: un soggetto critico che, a diversi livelli, e con un linguaggio diverso, e con ideologie diverse, conforma questa opposizione critica alla attuale situazione di sviluppo capitalistico. Io sono in un certo senso non ottimista (un aggettivo che mi dispiace profondamente), ma lucido, diciamo "speranzioso", la speranza questa virtù in senso laico, lo stesso senso che utilizzava Bloch quando parlava del futuro come una religione, la religione del futuro, il futuro sotto la luce della ragione.

GLI INCROCI CULTURALI

CAMILLERI. Il mio lavoro precedente, cioè il regista di teatri e di televisione e sceneggiatore, è solo una parentesi. Perchè io ho cominciato giovanissimo a scrivere, neanche a diciott'anni, poesie e racconti sulle terze pagine dei giornali. Poi ho comnciato a tentare di scappare dalla Sicilia, di fare il concorso all'accademia nazionale dell'arte drammatica, di essere ammesso e di trovarmi di fronte a questo "dirottatore" nato, che è stato il mio maestro Orazio Costa, che mi ha fatto veramente capire cosa fosse il teatro (Pirandello diceva "la vita la si scrive o la si vive"), e il teatro o lo si fa sul serio o non lo si fa.Ora io non so se questo fare teatro sia stato perchè sono stato "travolto" dal teatro oppure perchè già in me era nata una certa crisi, che era il non sapere più scrivere. Quando ho poi chiuso la parentesi teatrale, che cosa mi ero portato appresso? Anzitutto il senso del dialogo perchè tu sai che non puoi lasciare un attimo di incertezza nell'ascoltatore. Dalla televisione ho imparato a scrivere per certe sequenze e soprattutto, producendo la serie del commissario Maigret, che è stata tutta prodotta da me, durante l'operazione di sceneggiatura, smonta e rimonta il meccanismo poliziesco di Simenon, ho imparato parecchie cose su quella che è la struttura e il montaggio del romanzo giallo.

MONTALBAN. Io vedo in Camilleri una certa influenza molto positiva del teatro in due aspetti, un dominio della situazione narrativa e di dialoghi, che deriva da una cultura teatrale e audiovisuale. Il mio rapporto con il giornalismo in Spagna ? Cominciai a fare il giormalista per diventare scrittore perchè era l'unica possibilità di sopravvivere dal punto di vista economico. Sotto censura la stampa, mi sono dedicato soprattutto a scrivere saggi, poesie, ho cominciato racconti. E ancor oggi il giornalismo per me è una attività necessaria per mantenere questo rapporto quotidiano con il pubblico, per questa possibilità di agire e di reagire in rapporto alla realtà e offrire un quadro diagnostico immediato. Quando uno scrive un libro significa aspettare un anno, un anno e mezzo, per vedere il risultato ed arrivare al lettore, che diventa l'altro soggetto creativo della tua proposta. Il mio comunque è un giornalismo letterario e di opinione, non di strada perchè questo è molto più difficile combinarlo dal punto di vista letterario.

L'IDENTITA' LOCALE

MONTALBAN. L'identità , l'unità spagnola? Quasi sempre è stato il risultato di un conflitto. E l'ultimo conflitto è stata la stessa guerra civile, che non soltanto ha significato una guerra di classe, ma anche la guerra di un centralismo per reprimere la formazione di movimenti nazionalisti alla periferia. E questo è stato un fattore molto negativo per un nuovo stato democratico e vale come memoria storica di quanto ha significato il franchismo come strumento di repressione della periferia, che ancora dura in un certo senso politicamente. La situazione è ancora più complicata per la globalizzazione, questo magma indeterminato, astratto, che implica una tendenza a rifugiarsi in una soluzione nazionalista, in una fede per questa paura di fronte al vuoto. In questo momento in Spagna il discorso nazionalista è in fase di cambiamento perchè bisogna trovare un rapporto con ciò che significa e comporta la globalizzazione. Che senso positivo può avere ancora la difesa della differenza? Questo è un discorso che almeno in Spagna non è ancora aperto. Nell'ultimo mio romanzo, che sarà pubblicato in Italia, "L'uomo della mia vita", c'è una certa riflessione sulla questiona nazionale spagnola e questo per me curioso nazionalismo nuovo formato, che significa Bossi con il suo immaginario della Padania: un importante fatto di riflessione su come il nazionalismo può provenire non solo dalla memoria storica del passato, ma anche dalla volontà di creare qualche cosa nuova, qualche proposta alternativa.

CAMILLERI. Io ho scritto sui tremendi errori che sono stati fatti dai governi centrali negli anni immediatamente successivi all'unità d'Italia, quando la realtà meridionale era un po' diversa da quella che è stata successivamente presentata: l'unità d'Italia ha indebolito molto, moltissimo, l'economia del Sud. Vorrei che fissaste la vostra mente su un solo fatto, il famoso brigantaggio meridionale degli anni post-unitari. Andate a leggere il rapporto del comando militare a Capua, e la tabellina riassuntiva, che dice "Briganti, dispersi 32.000". E allora cominciate a chiedervi in che senso è adoperata la parola brigante. O forse si trattava di contadini in rivolta? Ecco, allora su questo equivoco si è molto giocato. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, devo dire che nei mesi che seguirono lo sbarco americano in Sicilia sorse poderoso, fortissimo, questo movimento separatista, che non era uno scherzo, non era solo occupare il campanile di San Marco. E c'era il bandito Giuliano alla testa, e i carabinieri si ammazzavano un giorno sì e un giorno no. Erano tutti armati con bombe e mitragliatori americani, e stampavano i loro manifesti su carta filigranata delle forze armate americane, e il colonello Charles Poletti, assistito dal noto mafioso, suo segretario, che si chiamava Vito Genovese, nome ben noto alle cronache, stipendiavano il separatismo siciliano. Mai, e non è retorica, mi sono sentito così italiano come in quei giorni senza neanche sapere perchè. Che poi dentro di noi più si radicano, più vengono evidenziate le caratteristiche regionali, la cultura regionale, tutto questo non può essere altro che un bene. E mi è stato - come dicevo prima - a un certo punto molto difficile dire quello che sentivo profondamente attraverso questo italiano che non riuscivo ad adoperare come volevo. Sapete, l'italiano per noi siciliani "si impara a forza di botte sul sedere". Poi, conquistato faticosamente questo italiano, ho dovuto dirmi "Cerchiamo un compromesso". Se io voglio esprimermi pienamente devo andare a trovare certe parole che più e meglio esprimevano nel mio dialetto quello che volevo dire: tutta qua, l'operazione. Semplicissima. Luigi Pirandello scrisse tout court, semplicemente, e indiscutibilmente, che di una data cosa il dialetto esprime il sentimento, e della medesima, stessa cosa, la lingua esprime il concetto. Ecco, nella mia scrittura ho cercato di dosare questo. Però, quando sento sento che i dati Istat dicono che il dialetto viene parlato appena dal 34% delle persone, mi si stringe un po' il cuore. E leggo del presidente Violante e di altri che dicono "Difendiamo la lingua italiana": ma la lingua italiana non è che si difende con i proclami. La lingua, quella di qualsiasi paese del mondo, è un movimento continuo che dalla periferia raggiunge il centro, il corpo, di questo albero: e la linfa vitale di una lingua sono i dialetti, altrimenti l'albero si impoverisce, e le foglie vengono sostituite con foglie artificiali provenienti da altre lingue, e non dall'interno della nostra linfa vitale. Il fascismo aveva dato l'ostracismo ai dialetti. Leviamolo almeno questo ostracismo, che è un primo passo. Io poi credo di appartenere, mi onoro di appartenere alla categoria alla quale apparteneva Leonardo Sciascia, quella dei finti siciliani di mare aperto, che sognano per tutta la vita lo scoglio.

I LIBRI AL ROGO

CAMILLERI. Non credo che Montalbano troverà mai l'ardire di bruciare un libro. Caso mai lo seppellisce, lo fa sparire. E poi il rogo si paga duramente. Posso chiedere una cosa a Montalban, che non gliel'ho mai chiesta e gliela chiedo qui in pubblico? Gli autori che il suo Beppe Carvalho brucia, esistono, sono viventi? E tu, come sei sopravvissuto?

MONTALBAN. La spiegazione che dà Carvalho è una spiegazione troppo intellettuale. Lui dice che è una vendetta perchè la cultura non l'ha aiutato a vivere. Che ha letto molto, che la cultura è come un filtro cattivo, che impedisce una reazione immediata alla vita. Per me è una spiegazione troppo intellettuale, che lascio alla responsabilità del personaggio. Non è la mia spiegazione. Quando i libri bruciano nei miei racconti è per provocare. Brucia Engels per provocare i marxisti. Brucia Cervantes per provocare i cervantisti, una setta, una piccola industria culturale, come la setta di Joyce e degli altri scrittori, le piccole industrie culturali, dove mi piace molto creare un piccolo disturbo, uno scherzo. Una volta è stata una vendetta, quando Carvalho brucia un'antologia della poesia erotica spagnola perchè gli autori non vi hanno incluso i miei poemi. Era un fatto di giustizia. Nel caso di Camilleri un libro può diventare un fattore determinante per scoprire l'enigma del romanzo. Anch'io ho utilizzato questa possibilità. E credo che questa utilizzazione della cultura così arbitraria sia una coincidenza di più, che dimostra il substrato culturale di Montalbano e di Carvalho. Ed è molto strano perchè quasi tutti i poliziotti dei romanzi non hanno alcun livello culturale. L'unica preoccupazione culturale di Marlowe è di sapere il risultato di una partita di baseball o di saper chi è Joe Di Maggio.

LE DONNE

CAMILLERI. Io sono sposato da 43 anni sempre con la stessa moglie. Una volta mi sono vergognato. Stavo con registi ed attori, che ne avevano quattro o cinque, e io una sola.Ma non è che io possa dire Montalbano c'est moi. E' una caratteristica sua di essere praticamente un single nato. Lui adopera cinicamente Livia come vuole, però è anche vero che Livia si lascia adoperare. Ricevo centinaia di lettere. Un giorno mi arrivò una busta, la aprii, dentro c'era una splendida cartolina postale che rappresentava Boccadasse vista dal mare: l'indirizzo era "Al commissario Salvo Montalbano. Vigata. Mi sto cominciando a stufare delle tue bugie, delle tue tergiversazioni, dei tuoi rimandi. Certe volte non ne posso più. Ti amo ancora, ma fino a quando? Livia". Era una grafia femminile.

MONTALBAN. Dopo un'analisi post-testuale, dopo tre romanzi di Carvalho, mi sono fatto questa domanda "Perchè ho scelto questo personaggio che va con una prostituta?". Ed ho capito che attorno a Carvalho si è formata una famiglia, ma non una famiglia in senso biologico. Quando ho cominciato a lavorare a questo personaggio, credo che fosse una novità: aveva una certa influenza tutta la ideologia della Comune, della nuova famiglia, verso la quale io ero molto ironico, ma, anche se ero ironico, quella ideologia, questa nuova teoria aveva una certa influenza, e io lo riconoscevo. E l'unica spiegazione che posso dare è questa, post testuale, perchè prima avviene il fatto concreto di scrivere.

I PAPI

MONTALBAN. Il reportage fatto a Cuba sul Papa, diventato un libro, è un reportage molto speciale perchè significa un bilancio molto lungo, e abbastanza profondo, del mio rapporto con la rivoluzione cubana. La mia rivoluzione è stata la rivoluzione cubana, la mia guerra è stata la guerra del Vietnam. Ma c'è stata una perplessità per questa visita del Papa: come è possibile che l'ultima rivoluzione di questo secolo con il suo ateismo scientifico finisca in questo surrealismo puro? Allora ho cominciato una riflessione insieme al mio bilancio, alla mia memoria del mio rapporto con la rivoluzione, l'inventario delle diverse rivoluzioni che si sono succedute in Cuba, dalla prima rivoluzione nazional-popolare fino alla inevitabile influenza sovietica. Un inventario non solo dal punto di vista politico, ma anche culturale. E infine il giudizio finale che il modello della rivoluzione cubana è esaurito. Ma ancora, anche se in forma culturale, cominciamo a vedere una nuova tensione dialettica tra i "globalizzatori" e i globalizzati. Ed è per questo che il libro finisce con la nuova proposta della rivoluzione futura.

CAMILLERI. Avrete visto alla televisione e al cinema questi registi che perdono facilmente le staffe, che fanno i piccoli dittatori, insopportabile esseri. Per un certo periodo della mia vita lo sono stato anch'io, lo confesso. Poi ho modificato, come si usa dire, il mio approccio con gli attori. Ma in quei tempi... Un giorno avvenne la mia conversione. Stavo provando una commedia e avevo, tra gli altri, un vecchio attore bravissimo, Aristide Bachetti. Siccome non mi tornavano i conti con quello che gli attori facevano, partii in quarta e li insultai. Mia moglie, che non è donna di teatro, ma persona civile, si vergognò per me e poi mi chiese "Perchè non ti spaccano la faccia?". Bachetti, allora di 80 anni, ritornando a casa, mi disse "Lei ci deve perdonare, dottor Camilleri, però, vede, non è sempre detto che siamo noi che non comprendiamo sempre: non le è mai passato per la testa che è lei che non riesce a spiegarsi bene?". Mi stese. Da questo momento ci fu questa evoluzione in un altro regista, che cercava di spiegare con la domanda diventata rituale "Mi spiego?". Che c'entra? Ah già, il Papa. Durante questo periodo mi trovai a fare uno spettacolo ad Assisi, dove avevano costruito un teatro bellissimo, un palcoscenico enorme sul quale avevo montato tre girevoli per questo spettacolo, che era complessissimo, difficilissimo. E decidono di farne la trasmissione diretta in televisione perchè allora non si registrava. Ma il giorno prima il regista televisivo dichiara forfait, si ammala, ed io sono costretto ad assumermi anche la responsabilità della ripresa televisiva. C'era una scena in cui veniva rappresentata la prima notte di nozze di una coppia giovanissima. Quella notte viene concepito un figlio. Allora c'era questo "Paradiso" (l'autore aveva scritto "paradiso"), e c'era una sfilza di bambini piccolissimi, un angelo con le ali, che dice a un bambino "tu!", e quello è il momento del concepimento: un'idea poetica molto bella, solo che lo scenografo, pazzo da legare realmente in senso tecnico tanto che non riuscì mai in vita a sua a finire una scenografia, mi dice che non mi fa il paradiso perchè "non aveva mai visto un paradiso". Arrivati a questo punto, il primo cameramen mi disse "Dottore, lo spettatore se decide di vedere il paradiso, ce lo vede" "Ma lo spettatore televisivo?". Mi rassicura "Le faccio io le nuvolette". Il giorno della prova generale questo teatro si riempie di alti prelati, di cardinali a bizzeffe, vescovi non ne parliamo, monsignori, badesse, madre superiori. In questo preciso momento arriva lo scenografo dal fondo sala, che mi fa "Cos'è questa schifezza?". "E' il paradiso". "Non l'ho fatto io". "E va be'. L'ha fatto un altro". Non mi dice niente. Va in palcoscenico, si munisce di un martellone, e mi rompe la prima nuvoletta. Io, dal fondo sala, urlando, bestemmiando, attraverso, salto sul palcoscenico, gli do un cazzotto in faccia, dico ai carabinieri "Arrestatelo" e lo arrestano (mi dimenticai di lui, mi precipitai a liberarlo alle una di notte). Mi voltai, e la platea era completamente deserta perchè erano scappati tutti al suono delle mie orrende imprecazioni e bestemmie. C'era solo mia moglie incinta, che piangeva per la cattiva figura che avevo fatto. Non era stata una cosa civile. Allora, l'indomani, andai per chiedere scusa al Patriarca di Venezia. "Vorrei chiedere scusa per quello cho detto ieri pomeriggio, sono veramente dispiaciuto". "Non chieda a me scusa. Lo chieda a se stesso". E già così mi sistemò per benino. Ma dopo un poco aggiunse "Al suo posto un cazzotto glielo avrei dato anch'io". Questo è stato il mio incontro con il futuro Papa Giovanni XXIII.

IL CIBO

CAMILLERI. A Barcellona siamo andati a cena insieme, e con squisita gentilezza e generosità Vasquez Montalban mi ha consigliato dei piatti perchè aveva capito che cosa mi piace mangiare. Vorrei precisare che al commissario Montalbano mangiare è una cosa che dà piacere. Non riesce a cavarne la filosofia esistenziale del mangiare come avviene per esempio in "Robinson", l'ultimo libro tradotto in Italia di Montalban, che è uno splendido saggio su cos'è la cucina, il mangiare. E' una cosa più ridotta, una sorta di risarcimento quello che si prende Montalbano su ciò che lo intristisce nella vita. Tanto è vero che mangia da solo e in silenzio: cosa che io non riuscirei mai a fare, questo vizio solitario orrendo. Con l'età io divento sempre più patriarca: con la moglie, la zia, i nipoti, questo mi diverte, questo mi piace, questo è mangiare, commentare. E ricordatevi di non fare mai l'elogio di colui che cucina, un errore che sconterete. Mia nonna faceva degli arancini, la cui memoria ho cercato di tramandare un poco negli arancini di Montalbano, che cadevano dentro appieno al sublime. Una volta superò se stessa. Eravamo una quarantina. Io stavo per dirglielo "Nonna...", ma suo figlio mi diede un calcio sotto il tavolo e disse "Zitto, perchè non bisogna mai dare soddisfazione. Così migliorano sempre". La verità è che Montalbano lavora di memoria, su quelli che erano i cibi genuini di una volta. Beppe Carvalho lavora benissimo sul presente.

MONTALBAN. Ho pensato a Beppe Carvalho come a un personaggio fisso per una serie di romanzi con tutte le sue connotazioni. E una connotazione era fare la cucina. Io sono uno scrittore, ma la mia seconda attività è fare il cuoco. Sono un cuoco praticamente tutti i giorni. Non si deve abusare con le connotazioni per potere rendere un personaggio vero, credibile. L'altra è quella di bruciare i libri. La cucina di Carvalho è la cucina della memoria, appartiene al palato della memoria, la cucina della nonna, della famiglia.Con qualche apporto di carattere colto. Ma quasi sempre la sua cucina è popolare, delle radici popolari della Spagna. Perchè la cucina? Perchè è un elemento ludico, un contributo a descrivere un personaggio.

Adattamento di R.R. con la collaborazione di Anna Zanini - www.bresciablob.com

Montalbano contra Montalbán

Andrea Camilleri, de 73 años, y el creador de Carvalho copan las listas de ventas en Italia. A Pepe Carvalho le ha salido un duro competidor en Italia: el comisario Salvo Montalbano, cuyas aventuras en la isla de Sicilia son el gran éxito literario de la temporada. Triunfa Montalbano, criatura de un sorprendente escritor septuagenario, Andrea Camilleri, hasta hace poco prácticamente desconocido por el gran público, pero el éxito también vuelve a sonreír a Manuel Vázquez Montalbán, autor de culto en Italia, recién aterrizado en la oferta de verano con la traducción de "El premio", la historia en la que el detective Pepe Carvalho debe descubrir quién asesinó al mecenas de un gran premio literario. Montalbano contra Montalbán, por tanto. La última clasificación de libros más vendidos del diario "La Repubblica" no admite dudas: "El premio" ya está en cabeza del pelotón de la narrativa extranjera, mientras que Andrea Camilleri ocupa los cinco primeros puestos, --han leído bien, los cinco primeros puestos-- de la narrativa italiana, con "Un mes con Montalbano", "La concesión del teléfono" (novela histórica), "La voz del violín", "El cervecero de Preston" y "El perro de terracota". La clasificación del "Corriere della Sera" presenta algunas matizaciones, pero confirma que el gran duelo del verano en las playas italianas será entre el comisario siciliano y el gallego que fue agente secreto. ¿Pero quién es Andrea Camilleri? El escritor que todos los editores italianos quisieran tener en nómina es un pacífico abuelo de 73 años, hijo de la Sicilia profunda (Porto Empedocle, 1925), pero romano de adopción. Maestro de arte dramático, escenógrafo y director teatral, alcanzó cierto relieve por su labor como realizador de dramáticos en la RAI. Aún se da con un canto en los dientes cuando recuerda que su adaptación de la obra "Final de partida", de Samuel Beckett, fue seguida por 400.000 telespectadores. Camilleri, cuya gran pasión es la novela histórica, escribe desde hace años para una modesta editorial (Sellerio) poco dada a las grandes promociones comerciales. Hace poco más de un año, sus novelas no pasaban de los cinco mil ejemplares. Hasta que empezó a sonar el tam-tam. Fue un movimiento sordo, de esos éxitos que se van fraguando en silencio, gracias al breve comentario entre amigos y conocidos. Como un reloj de arena. Cien, doscientos lectores más cada semana, hasta que el "te recomiendo a Camilleri" hizo temblar las listas de ventas, desafiando abiertamente el gran éxito que el año pasado obtuvo Susana Tamaro con "Ve donde el corazón te lleve". Si la introspectiva Tamaro es la reivindicación de la espiritualidad en tiempos de turbación, Camilleri aporta el entretenimiento de calidad. "Es un buen artesano de la escritura", dicen loscríticos. La serie del comisario Montalbano la comenzó hace apenas tres años, sin abandonar Vigata, un pueblo inventado, un lugar ficticio de la Sicilia profunda, donde transcurren la mayoría de sus novelas. En una reciente entrevista daba una clave interesante sobre su personaje: "He escogido el nombre de Montalbano porque es un apellido muy común en Sicilia y también como homenaje a Manuel Vázquez Montalbán, escritor que me gusta muchísimo"... Y es que Salvo Montalbano y Pepe Carvalho guardan cierto parecido. Ambos aman la buena mesa y la literatura, aunque el comisario siciliano no quema los libros, sino que los lee con devoción. Y su éxito con las mujeres es muy, muy escaso. También Camilleri y Vázquez Montalbán tienen algo en común: una vieja afiliación comunista y una indisimulada perplejidad ante los tiempos presentes. La última travesura de Camilleri ha sido recordar los inicios de Silvio Berlusconi como cantante y amenizador de cruceros en un relato de verano para la prensa. Los publicistas de la derecha no se lo perdonan, pero la editorial Mondadori, propiedad de Berlusconi, tiene bien amarrados los derechos de su último libro, el más vendido. Militante del PCI desde 1944, el novelista considera flojos a sus actuales dirigentes y no ha tomado el carnet de los Demócratas de Izquierda, la moderna versión del viejo partido. El éxito ha sido tan fulgurante que sus libros apenas comienzan a traducirse. La lectura en italiano requiere un previo forcejeo con el dialecto siciliano, que el comisario Montalbano administra a su manera.

ENRIC JULIANA - LA VANGUARDIA, 31.07.1998

D'Alema tra Vázquez Montalbán e Camilleri

Era un pomeriggio un "tanticchia strèuso", direbbe il commissario Montalbano, un pomeriggio piuttosto strambo per quella liturgia estiva che è la festa dell'Unità. Sul palco non si teneva né un dibattito né un'intervista, ma un "dialogo". Un dialogo tra due scrittori e un loro "appassionato lettore", forse il più celebre dei loro lettori: il segretario dei democratici di sinistra, Massimo D'Alema. Così, per la prima volta, i compagni bolognesi hanno visto il loro leader, il grande capo delle Botteghe Oscure, vestire umilmente i panni del moderatore, dell'animatore culturale, che dice "buonasera e grazie" per rompere il ghiaccio, e li sgrida con bonaria burbanza ("Buoni!") quando rumoreggiano in sala come scolaretti discoli. Per la prima volta hanno visto il tagliente e orgoglioso lìder Massimo che si siede un gradino più in basso dei suoi interlocutori, Manuel Vàzquez Montalbàn e Andrea Camilleri. Per la prima volta hanno sentito il segretario spiegare a due scrittori la letteratura vista da un politico e due scrittori spiegargli la politica vista da un commissario siciliano e da un investigatore privato catalano, attraverso un intrigo mediterraneo di delitti e di proverbi, di misteri e di illusioni. D'Alema li ascoltava con la sincera deferenza del lettore verso lo scrittore, come mai farebbe di fronte a nessun politico, a nessun ministro, a nessun capo di governo, dimenticando per due ore di essere il signor segretario, e come ha scritto Vàzquez Montalbàn "il signor segretario persino quando mangia fette di finocchiona lo fa come se stesse pensando all'origine e alla finalità della finocchiona nel mondo". "Sono emozionato" ha confessato subito lui stesso, spiegando che quello non sarebbe stato "un insolito mercoledì letterario a una festa politica", ma il tentativo della politica di riappropriarsi delle sue "radici nella cultura umanistica", perchè, compagni, "bisogna evitare che la politica diventi pura tecnica di gestione del potere". Ai vecchi e solidi compagni emiliani, quelli che spendono le loro ferie per andare a cuocere tremila piadine e mille salsicce a beneficio delle casse del partito, forse è sembrato un po' strano, un tanticchia strèuso, che il custode della linea chiedesse lumi e speranze a due scrittori di gialli, ma se l'hanno pensato non l'hanno lasciato capire. La sala era strapiena, attenta e rispettosa. Ha applaudito con divertimento ("Mo vedi, capisce pure di letteratura!") il segretario che si trasformava rapidamente prima in moderatore e poi in critico letterario, ricamando con sapiente abilità sulle molte affinità nascoste tra il commissario di Camilleri e il detective di Vàzquez Montalbàn, "entrambi misogini ma amanti delle donne, entrambi presi dallo stesso amore trasgressivo per il cibo, entrambi disincantati eppure entrambi animati da una passione civile". Poi, però, il "dialogo" è arrivato al dunque: cosa possono fare gli scrittori per la politica? Vedete, ha spiegato, "il distacco dei cittadini dalla politica ci preoccupa, non solo per ragioni ideali ma anche per ragioni professionali, diciamo". Può la letteratura aiutarci "a formare una coscienza civile"? Sì e no, gli hanno risposto i due scrittori. "Noi due - gli ha spiegato Vàzquez Montalbàn - siamo figli di un certo scetticismo sulla possibilità di usare la letteratura come strumento di conoscenza della realtà. L'incontro tra l'ideologia e il linguaggio letterario è come quello tra l'olio e l'acqua. Eppure ciascuno di noi trasmette un'ideologia, mentre scrive, una visione del mondo: diciamo che la nostra è una letteratura d'opinione, di diagnosi sociale". Camilleri è stato più diretto: "Io credo che il compito della letteratura sia quello della conoscenza, ma senza darlo a vedere, altrimenti diventiamo dei maestri di scuola o dei propagandisti". Poi il dialogo s'è spostato sul libro dello scrittore spagnolo sui Borgia, "O Cesare o nulla", storia romanzata della famiglia che arrivò fino al papato ma fallì nel suo progetto di conquista dell'Italia. "Una metafora del comunismo?" s'è informato D'Alema. "No, solo il racconto di una turbinosa transizione" lo ha rassicurato Vàzquez Montalbàn. Quindi è venuto il turno del commissario Montalbano, brillante investigatore di Vigata ma colpevole, agli occhi di D'Alema, di coltivare "il pessimismo dell'intelligenza", di guardare al cambiamento in Italia "come un cambio che non cambia". Non sarà troppo pessimista, caro Camilleri? Ma no, lo ha rassicurato lo scrittore siciliano: "I miei 73 anni mi danno quello che Alfieri chiamava l'umor nero del tramonto. La verità è che i nostri protagonisti non sono degli eroi il cui destino è segnato nel cielo, ma persone consapevoli della possibilità di una sconfitta...". A questo punto l'incantesimo è finito. Alla parola "sconfitta" D'Alema è tornato nei panni del segretario e ha ripreso il controllo della situazione: "Oddìo, noi in questi anni abbiamo molto faticato a conquistare la consapevolezza di una possibile vittoria. Mentre la sinistra del passato affrontava il fuoco con la certezza della vittoria, oggi la sinistra moderna ha il senso della possibile sconfitta. Anzi qualcuno è dominato dallo sconfittismo". Così, per l'applauso finale, ognuno era tornato nei suoi panni, il segretario a dare la linea e i due scrittori a firmare libri ai compagni lettori.

SEBASTIANO MESSINA - La Repubblica, 10.10.1998

Camilleri y Vázquez Montalbán

El escritor siciliano Andrea Camilleri, protagonista de un verdadero fenómeno editorial en Italia gracias al personaje del comisario de policía Salvo Montalbano (pieza central, hasta la fecha, de cuatro novelas y un libro de relatos), suele enfrentarse a la misma paradoja que su colega y amigo Manuel Vázquez Montalbán: es incapaz de responder correctamente a esos cuestionarios elaborados par fans minuciosos y que le darían derecho a pertenecer a un club "oficial" de amigos de su propio personaje. Reunidos en Barcelona el pasado febrero con motivo de la presentación en España de los primeros títulos de la saga del comisario Montalbano ("Un mes con Montalbano" y "El perro de terracota"), Andrea Camilleri y Vázquez Montalbán intercambian opiniones, en torno a unos vasos de cerveza y una grabadora, sobre estas contingencias derivadas del éxito popular, sobre gastronomía y política, sobre conocidos comunes camo Pietro D'Alema o sobre las posibilidades que tendrían sus personajes, Salvo Montalbano y Pepe Carvalho, de enfrentarse a un enigma codo con codo. Andrea Camilleri: Ayer me regalaron una bioqrafía de Pepe Carvalho. La estuve hojeando antes de acostarme... ¿sabes qué me sucedió? Al final hay un cuestionario de unas cien preguntas, para saber si uno es un buen lector de Pepe Carvalho. Acabé bastante enfadado: sólo pude contestar correctamente a una docena de ellas.

Manuel Vázquez Montalbán: ¿Una docena? Pues ya me parece una buena cifra. Yo sería incapaz de responder a tantas.

Andrea Camilleri: Después me consolé recordando que en Internet existe una estupenda página web sobre Montalbano, hecha par un club de fans. Para formar parte de este club debes responder a diez preguntas sobre mis personajes. Lo intenté pero fui rechazado: me equivoqué en cuatro de ellas. "Debes prepararte mejor", fue el veredicto de mis fans

Manuel Vázquez Montalbán: Entre nuestros personajes, entre Carvalho y Montalbano, hay muchas diferencias y puntos de encuentro. Quizás la diferencia fundamental es que el tuyo es un policía público, un policía del Estado, mientras que Carvalho es un investigador privado. Sin embargo, el tuyo es un policía muy especial, no creo que se parezca a muchos policías reales italianos.

Andrea Camilleri: ¡No! Montalbano no duraría ni tres días en una estructura como la de la policía italiana. Es un elemento extraño que he incrustado literariamente en ese cuerpo policial. Sin embargo, me consta que muchos policías italianos devoran sus aventuras. Hasta me han dado un premio los policías de Milán. ¿Recuerdas cuando viniste a Italia a la presentación que te hicimos D'Alema y yo de César o nada?

Manuel Vázquez Montalbán: Sí, claro, una presentación un tanto surrealista. Por cierto, ¿cómo le va a nuestro amigo D'Alema?

Andrea Camilleri: No creo que le vaya demasiado bien, al pobre. El problema son sus asesores, que se empeñan en humanizar su imagen, en convertirlo en alguien simpático... Empresa imposible. Prefiero que se quede como es él, rígido y antipático, en luqar de verlo hacer esfuerzos contra su naturaleza, participando en programas televisivos con Gianni Morandi. Pues después de aquella presentación, volví a casa muerto de cansancio, no pude ir siquiera a la cena que te daba el editor, y volví escoltado por ¡seis carabinieri! Cualquiera hubiera pensado que, más que escoltado, me llevaban detenido. Cuando llegamos al portal de mi casa, el brigadier se me acerca y con un aire de gravedad oficial me dice: "Señor Camilleri, a ver cuándo se decide a escribir una novela sobre nosotros los carabineros".

Manuel Vázquez Montalbán: Lo que me parece más destacable es la independencia de criterio de Montalbano, su carga de subjetividad, que podríamos denominar latina o mediterránea. Tu Montalbano es mucho más arbitrario que el Maiqret de Simenon, aunque sus procedimientos psicológicos se asemejen, pero Montalbano a veces es realmente expeditivo. En cuanto a sus gustos gastronómicos... Bueno, yo no soy sectario, hay libertad de gusto. Y si algún día quieres que hagamos una novela juntos, estoy dispuesto a imponerle un pequeño sacrificio a Carvalho y pasarlo a la dieta italiana.

Andrea Camilleri: .: ¡A mí la comida de Carvalho me da miedo! ¡Es muy bestia! Ten presente una cosa: ¡Yo ya no puedo comer camo comía antes! Al escribir hago una transferencia sobre Montalbano y le doy de comer cosas fantásticas que a mí me resultarían letales, como las sardinas rellenas. El miedo de Montalbano ante los platos de Carvalho es en realidad el miedo del autor. También quisiera aclarar que el nombre de mi personaje, Montalbano, es relativamente frecuente en Sicilia, pero su elección resulta del deseo de rendir un homenaje, más que al personaje de Carvalho, al Vázquez Montalbán que ha escrito El pianista o Los alegres muchachos de Atzavara. Y lo que me interesa por encima de todo es el planteamiento que haces como autor frente a la realidad. Es algo que siempre me ha impresionado mucho...

Manuel Vázquez Montalbán: Yo creo que las diferencias y semejanzas entre nuestros personajes son, en el fondo, consecuencia de una misma actitud personal ante la novela policiaca. También tú tomas este género como una mera estrategia narrativa, un juego con el que plantear un acercamiento a la realidad arbitraria y proyectas una mirada distanciada e irónica a través de tu personaje, una mirada muy parecida a la de Pepe Carvalho. Ahora se abre una oportunidad muy interesante para el lector español: ver la inmensa variedad que ofrece el relato policiaco a través de una obra realmente atípica. Se ha relacionado a Montalbano con Maigret, y eso es inevitable, porque el proceso psicológico que sigue Montalbano es más parecido a Maigret que a cualquier otro personaje, pero es un mundo completamente aparte. Tu "parti pris" como intelectual, tu mirada política, son muy diferentes de los de Simenon. Gracias a la estrategia narrativa que supone la novela policiaca se puede abordar un discurso realista de una manera nueva. Estás describiendo la frontera que hay entre la política y el delito, entre lo ilegal y lo legal, la violación de un tabú como matar, los límites de las conductas, mientras estableces una complicidad con el lector. Los dos llegáis a la misma conclusión a través de un viaje de sorpresas que significan la indagación policial. Otro aspecto importante es el papel de lo cultural en estas indagaciones de Montalbano: a veces la clave de un enigma es una clave cultural, un mito, una lectura clásica... Como lector, una de las cosas que más me han hecho disfrutar es el grado de sofisticación de este juego cultural que nos propone tu personaje.

Andrea Camilleri: Para Montalbano los libros son tan importantes como para Carvalho, la diferencia está en que mi personaje no los quema. Seguramente a tu Carvalho los libros no le han sabido enseñar nada...

Manuel Vázquez Montalbán: Sí, es cierto, los libros son importantes para los dos: para tu personaje en positivo y para el mío en negativo, por eso acaba quemándolos.

Andrea Camilleri: Pero la elección de un libro para quemar equivale a la elección de un libro para leer. Vea-mos: el primer libro que quema tu Carvalho no es un libro cualquiera, sino una historia de España.

Manuel Vázquez Montalbán: Sí, "España como problema", de Laín Entralgo. En tu caso, me parece fundamental el modo en que presentas Sicilia como un falso microcrosmos. Es un microcosmos, en efecto, pero hay que escuchar a Sciascia cuando respondía a la pregunta de por qué escribía siempre sobre Sicilia...

Andrea Camilleri: Sciascia respondía: "Sicilia es el mundo".

Manuel Vázquez Montalbán: La ambición de Sciascia era hacer una novela política, de indagación sobre el poder. En tu caso también están estos elementos, pero no son el objetivo. El objetivo es un viaje por una realidad en la cual los elementos de carácter ideológico o político están implícitos, pero sin la voluntad de Sciascia de hacer una metáfora política del doble poder.

Andrea Camilleri: .: Mi primer libro se lo debo precisamente a él. Pasé un par de años recogiendo material sobre un episodio histórico de Sicilia y se lo entregué, por si le servía como base para una novela. Me invitó a tomar café en su casa y me dijo: "Es un material excelente; deberías escribir un libro". "¡Pero yo no sabría escribir un libro como tú!" "Justamente, de lo que se trata es de que lo escribas como harías tú. Ánimo." De eso ya hace bastantes años...

Manuel Vázquez Montalbán: Cuando se produjo el gran momento de eclosión de tu obra en Italia, especialmente el año pasado, con cinco títulos en las listas de los libros más vendidos, se pudo escuchar comentarios del tipo "Claro, es una literatura que hace concesiones al gran público, una literatura comercial, el resultado de una operación de promoción muy bien estudiada..." Todo eso es insostenible: ha sido una imposición empujada por el propio valor de la obra, y a través de una pequeña editorial, de mucho prestigio, pero sin poder en los medios. Tu obra se ha impuesto a través de recomendaciones particulares.

Andrea Camilleri: .: Es lo que yo llamo "el tam tam del público". Ése es el público que a mí me interesa, los 30.000 o 40.000 primeros lectores que pusieron en marcha el tam tam y operaron el "milaqro". Después la cosa se ha disparado de tal modo que me he convertido en una moda, algo ridículo, condenado a ser olvidado. No se puede pasar impunemente de vender 150.000 ejemplares a casi un millón en tan poco tiempo. Interiormente, no me ha cambiado nada. ¡A los 73 años nada cambia! Pero la vida social... ¡Es algo espantoso! Presentaciones, firmas, conferencias, entrevistas... Ni siquiera tengo tiempo para escribir. Y lo que es peor, la gente que se acerca a mí ¡para decirme lo que tengo que hacer con mi personaje! Hace poco unos sicilianos me pidieron que Montalbano no se case nunca con su novia... ¡porque es genovesa! ¡Una forastera! ¡Pretendían que le buscase una mujercita siciliana como Dios manda! Me han ocurrido cosas de cine. Ahora suenan graciosas, pero en el momento son muy embarazosas. Como una señora que se esperó con sus dos nietos, muertos de sueño, hasta el final de una presentación que terminó a medianoche... ¡para que les tocara la cabeza a los niños! ¡Como si yo fuera Juan XXIII o Stalin! ¡Y los que se me acercan con un bolígrafo especial para que les firme un autógrafo en el brazo! A veces siento que me he convertido en una moda de cretinos. ¡Los lectores de novelas no hacen esas cosas! También he recibido cartas que me han puesto los pelos de punta, la de una chica de 24 años con una gravísima enfermedad degenerativa, para darme las gracias por haberle hecho sonreír tres veces. No puso su remite, y nunca le he podido contestar... Nos preguntan si Carvalho y Montalbano podrían resolver un caso juntos.

Manuel Vázquez Montalbán: .: Bueno, los casos nunca se resuelven... No sé, cada cual tiene su universo, su mundo propio... Es posible que ambos llegasen fácilmente a las mismas conclusiones... pero a través de restaurantes diferentes.

Andrea Camilleri: .: Estoy de acuerdo.

EMILIO MANZANO - La Vanguardia Magazine, 18.04.1999

Pepe Carvalho ha trovato un duro concorrente in Italia: il commissario Salvo Montalbano le cui avventure nell'isola siciliana sono diventate il grande fenomeno letterario del momento. E' un trionfo per Montalbano, creatura di Andrea Camilleri sconosciuto fino a qualche tempo fa al grande pubblico nella sua veste di scrittore. Ma il successo bacia anche Manuel Vazquez Montalbàn, autore cult in Italia, grazie alla pubblicazione del suo libro Il Premio, dove troviamo il detective Carvalho alle prese con l'assassinio del mecenate di un famoso premio letterario. Montalbano contro Montalbàn, dunque. La classifica dei libri più venduti del quotidiano La Repubblica non ammette dubbi: Il premio è già in testa nella sezione scrittori stranieri, mentre Camilleri occupa le prime cinque posizioni… avete capito bene!.. della sezione narrativa italiana con i titoli: Un mese con Montalbano, La concessione del telefono (racconto storico), La voce del violino, Il birraio di Preston, Il cane di terracotta. La classifica del Corriere della Sera presenta alcune sfumature, ma lascia immaginare che il 'duello estivo' sarà tra il galiziano Carvalho e il siciliano Montalbano. Ma chi è Andrea Camilleri? L'autore che ogni editore italiano vorrebbe avere in lista è un tranquillo nonno di 73 anni, figlio della profonda Sicilia (Porto Empedocle 1925), romano d'adozione. Maestro d'arte drammatica, sceneggiatore e regista di teatro, ha raggiunto un posto di rilievo come produttore RAI per le famose serie del commissario Maigret e del tenente Sheridan. Il suo adattamento televisivo dell'opera teatrale Finale di partita di Samuel Beckett, fu seguito da 400.000 telespettatori. Camilleri, la cui grande passione è il romanzo storico, scrive già da alcuni anni per la piccola casa editrice Sellerio, poco incline alle grandi promozioni commerciali. Quasi solo un anno fa, i suoi racconti non raggiungevano i 5 mila esemplari. Fino a quando non cominciò il 'tam-tam'. Fu come un movimento sordo, come quei successi che si forgiano nel silenzio, grazie al passaparola tra amici e conoscenti, come una clessidra. Cento, duecento lettori in più alla settimana, fino a che il 'ti consiglio Camilleri' ha fatto tremare le classifiche delle vendite sfidando apertamente il grande successo dello scorso anno che ottenne Susanna Tamaro con 'Va dove ti porta il cuore'. Se l'introspettiva Tamaro rivendica il bisogno di spiritualità in tempi di grandi cambiamenti, Camilleri introduce l'intrattenimento di qualità. "E' un buon artigiano della scrittura", dicono di lui i critici. La serie del commissario Montalbano iniziò tre anni fa (1995), in quel paese immaginario della profonda Sicilia che è Vigata, dove sono ambientati quasi tutti i suoi racconti. In una recente intervista Camilleri dava una chiave di lettura interessante per il suo personaggio: "Ho scelto di chiamarlo Montalbano perché è un cognome piuttosto comune in Sicilia e anche in onore di Manuel Vàzquez Montalbàn, scrittore che amo moltissimo". Il fatto è che Montalbano e Carvalho nascondono una certa somiglianza. Amano la buona cucina e la letteratura, anche se il commissario siciliano non brucia i libri come fa l'investigatore galiziano, ma li legge con devozione e il loro successo con le donne è molto, molto scarso. Anche tra Camilleri e M. V. Montalbàn ci sono delle affinità: una vecchia affiliazione comunista e una malcelata perplessità nei confronti del presente. L'ultima 'birichinata' di Camilleri è stata quella di ricordare gli esordi di Silvio Berlusconi come cantante ed animatore di crociere in un racconto estivo per la stampa. I giornalisti della destra non glielo perdonano, ma la Mondadori si tiene ben stretti i diritti del suo ultimo libro, il più venduto. Militante nel Pci dal 1944, lo scrittore riscontra una certa debolezza negli attuali dirigenti della sinistra e non ha voluto entrare nelle fila dei Democratici di Sinistra. Il successo dei suoi libri è stato così improvviso che solo da poco si è iniziato a tradurli per i lettori spagnoli. Per gli italiani la lettura delle sue opere può richiedere un certo sforzo iniziale per via del particolare dialetto 'vigatese' che il commissario Montalbano amministra in modo del tutto personale.

Lo scrittore siciliano Andrea Camilleri, protagonista di un vero e proprio fenomeno editoriale italiano grazie a personaggio del commissario di polizia Salvo Montalbano (pezzo centrale, fino ad oggi, di quattro romanzi e un libro di racconti) è abituato a sfidare se stesso, come l'amico e collega Manuel Vàzquez Montalbàn, nello stesso paradosso: è incapace cioè di rispondere correttamente ai vari questionari elaborati dai minuziosi fans, per avere il diritto di entrare a far parte del club ufficiale degli amici del suo personaggio. I due autori si sono incontrati a Barcellona, lo scorso febbraio, per la presentazione in Spagna dei primi titoli della saga del commissario Montalbano ( Un mese con Montalbano, Il cane di terracotta); Camilleri e Montalbàn si scambiano opinioni, tra un registratore e alcuni bicchieri di birra, su queste contingenze dovute al successo popolare, su gastronomia e politica, su conoscenti comuni come Massimo D'Alema, o sulla possibilità che potrebbero avere Pepe Carvalho e Salvo Montalbano di misurarsi gomito a gomito attorno a un enigma da risolvere.

AC: Mi hanno regalato ieri una biografia di Pepe Carvalho. Gli ho dato un'occhiata prima di coricarmi e sai cosa mi è successo? Alla fine del libro c'è un questionario di un centinaio di domande, per vedere se sei un buon lettore di Pepe Carvalho. Be', alla fine mi sono arrabbiato: sono riuscito a rispondere sì e no a una ventina di domande!

MVM: Una dozzina? Mi sembra già buono perché io stesso non riuscirei ad azzeccarne così tante:

AC: Poi però mi sono consolato ricordando che su Internet c'è una stupenda pagina Web su Montalbano, creata da un gruppo di fans: Per entrare a far parte del club devi rispondere a dieci domande sui miei personaggi. Io ci ho provato, ma mi hanno respinto. Devi prepararti di più", fu il verdetto finale!

MVM: Tra i nostri due personaggi, Pepe Carvalho e Salvo Montalbano, ci sono molte diversità e punti di incontro. Forse la differenza fondamentale è che il tuo personaggio è un pubblico ufficiale di polizia, un poliziotto di Stato, mentre Pepe Carvalho è un investigatore privato. Senza dubbio Montalbano è un poliziotto molto speciale, non credo assomigli molto a tanti reali poliziotti italiani.

AC: No, assolutamente Montalbano non resisterebbe neanche tre giorni in una struttura come quella della polizia italiana, E' un elemento strano che ho voluto 'incrostare' letteralmente in questo corpo speciale. Tuttavia, mi risulta che molti poliziotti italiani divorano le sue avventure. I poliziotti di Milano mi hanno perfino dato un premio. Ti ricordi quanto sei venuto in Italia per la presentazione del tuo libro Cesare o niente che ti abbiamo fatto D'Almea ed io?

MVM: Come no? Una presentazione un po' surrealista. rtamente. E come gli va a D'Alema?

AC: Non credo gli vada molto bene, povero. Il problema sono i suoi collaboratori, con i loro sforzi per umanizzare la sua immagine, per trasformarlo in qualcuno di simpatico. Impresa impossibile. Io preferisco che rimanga così com'è, rigido e antipatico, invece di vederlo forzare la sua vera natura, partecipando a programmi televisivi con Gianni Morandi. Dunque, dopo quella presentazione, sono tornato a casa stanco morto, senza nemmeno andare alla cena offerta dall'editore, e mi scortarono ben sei carabinieri! Chiunque avrà pensato che, più che scortato, mi avevano arrestato. Quando arrivammo davanti all'ingresso di casa mia, il brigadiere si avvicina e, con gravità mi dice: Signor Camilleri, quando si deciderà a scrivere un romanzo su noi carabinieri?"

MVM: Quello che mi sembra più rilevante è il ruolo indipendente di Montalbano, la sua carica di soggettività, che potremmo chiamare latina o mediterranea. Il tuo Montalbano è molto più arbitrario del Maigret di Simenon, sebbene i suoi processi psicologici si assomiglino, però Montalbano a volte agisce d'istinto e con prontezza. Quanto ai suoi gusti gastronomici .Be', io non sono settario, c'è libertà di gusti. E se un giorno vorrai scrivere con me un romanzo, sono disposto ad imporre a Pepe Carvalho un piccolo sacrificio e convertirlo alla dieta italiana.

AC: A me la cucina di Carvalho spaventa un po'! E' bestiale! Tieni presente una cosa: io non posso più mangiare come facevo una volta! Così quando scrivo faccio mangiare a Montalbano cose che per me sarebbero letali, come le sardine ripiene. La paura che Montalbano sente davanti ai piatti di Carvalho è la mia stessa paura. Vorrei anche chiarire che il cognome del mio personaggio, Montalbano, è piuttosto comune in Sicilia, ma la scelta nasce dal desiderio di rendere omaggio, più che al personaggio di Carvalho, al Vàzquez Montalbàn che ha scritto Il Pianista o Gli allegri ragazzi di Atzavora. Quello che poi mi interessa più di tutto è il posto che occupi come autore nei confronti della realtà, è qualcosa che mi ha sempre impressionato molto.

MVM: Io credo che le differenze e le affinità tra i nostri due personaggi siano, in fondo, la conseguenza di una stessa attitudine personale nei confronti del romanzo poliziesco. Anche tu usi questo genere come una mera strategia narrativa, un gioco col quale stabilisci un avvicinamento alla realtà arbitraria e proietti uno sguardo distaccato e ironico attraverso il tuo personaggio, uno sguardo molto simile a quello di Pepe Carvalho. Ora si apre un'opportunità molto interessante per il lettore spagnolo: vedere l'immensa varietà che offre il racconto poliziesco, grazie a un'opera veramente atipica. Si mette in relazione Montalbano a Maigret, e ciò è inevitabile, perché il processo psicologico che segue Montalbano è più simile a quello di Maigret che a quello di qualsiasi altro personaggio, ma il suo è un mondo completamente a sé. Il tuo parti pris come intellettuale, il tuo sguardo politico, sono molto diversi da quelli di Simenon. Grazie alla strategia narrativa che comporta il romanzo poliziesco, si può delineare un discorso realista in modo nuovo. Mentre descrivi la frontiera che c'è tra la politica e il delitto, tra il legale e l'illegale, la violazione di un tabù come ammazzare, i limiti dei comportamenti, stabilisci una complicità col lettore. Arrivate entrambi alla stessa conclusione attraverso un viaggio di sorprese, che danno significato all'indagine poliziesca.

Un altro importante aspetto delle indagini di Montalbano è il ruolo che occupa la cultura: a volte la chiave di un enigma è una chiave culturale, un mito, una lettura classica Come lettore la cosa che mi diverte sempre molto è proprio il grado di sofisticazione culturale che ci propone il tuo personaggio.

AC: Anche per Montalbano i libri sono importanti, come per Carvalho; l'unica differenza sta però nel fatto che il mio commissario non li brucia. Sicuramente al tuo Carvalho i libri non hanno insegnato molto .

MVM: Sì, certo. Per entrambi i libri sono importanti: per il tuo personaggio in senso positivo, per il mio in senso negativo, ecco perché finisce col bruciarli .

AC: Però la scelta di quale libro bruciare equivale alla scelta di quale libro leggere. Vediamo un po', il primo libro che Carvalho brucia non è un libro qualunque, ma una storia della Spagna.

MVM: Sì, Spagna come problema di Laìn Entralgo. Nel tuo caso, mi sembra fondamentale il modo in cui presenti la Sicilia, come un falso microcosmo. E' un microcosmo, in effetti, ma bisogna ascoltare Sciascia quando rispondeva alla domanda sul perché scrivesse sempre sulla Sicilia.

AC: Sciascia rispondeva sempre: La Sicilia è il mondo". MVM: L'ambizione di Sciascia era quella di fare un romanzo politico, di indagine sul potere. Anche nel tuo caso ci sono questi elementi, ma non ne sono l'obiettivo, che è invece quello del viaggio attraverso una realtà in cui gli elementi di carattere ideologico o politico sono impliciti, senza quella volontà che Sciascia ci metteva nel fare una metafora politica del doppio potere.

AC: Il mio primo libro lo devo proprio a lui. Ho passato alcuni anni raccogliendo materiale su di un episodio storico della Sicilia, che gli feci avere, nel caso gli servisse come base di un romanzo. Mi invitò a casa sua a prendere un caffè e mi disse: E' un materiale eccellente; dovresti scriverne un libro". Ma io non riuscirei a scrivere un libro come fai tu". E' vero, ma l'importante è che tu lo scriva come faresti tu!" Tutto questo successe parecchi anni fa.

MVM: Quando lo scorso anno assistemmo al tuo grande successo letterario, con ben cinque titoli in testa alle classifiche dei libri più venduti, giravano questi commenti: Certo è una letteratura che concede molto al grande pubblico, una letteratura commerciale, è il risultato di una ben calcolata strategia pubblicitaria " Trovo che tutto ciò sia insostenibile: i tuoi libri si sono imposti per il loro valore, da una piccola e prestigiosa casa editrice, poco incline alle grandi promozioni commerciali. La tua opera si è imposta grazie a raccomandazioni del tutto particolari.

AC: Sì, ed è quello che io chiamo tam tam del pubblico. E' proprio questo il pubblico che mi interessa, quei 30.000 o 40.000 primi lettori che hanno dato vita al tam tam e compiuto il miracolo". Poi la cosa si è propagata in tal modo che mi sono trasformato in una moda, che è ridicolo, destinato a venire ben presto dimenticato. Non si può passare impunemente dai 150.000 a quasi un milione di copie vendute in così poco tempo. Dentro di me, però non è cambiato nulla. Quando si hanno 73 anni non pensi che possa cambiare qualcosa. Ma la vita sociale E' qualcosa di spaventoso! Presentazioni, autografi, conferenze, interviste Quasi non mi resta più tempo per scrivere. E quel che è peggio, la gente che ti si avvicina per dirmi cosa devo fare col mio personaggio! Poco tempo alcuni lettori siciliani mi hanno chiesto di non far sposare mai Montalbano con la sua attuale fidanzata perché è genovese! Una straniera! Pretendevano che gli trovassi una donna siciliana come Dio Comanda! Mi sono capitate cose da film. Adesso ci rido sopra, ma al momento mi hanno imbarazzato un po'. Come quando una signora ha aspettato con i suoi nipotini, che crollavano dal sonno, fino alla fine di una presentazione durata fino a mezzanotte .perché toccassi la testa ai bambini! Manco fossi Giovanni XXIII o Stalin! Oppure quelli che mi avvicinano con una biro speciale, per farsi fare l'autografo al braccio! A volte penso di essermi trasformato in una moda da cretini. I lettori di romanzi non fanno queste cose! Ho ricevuto anche lettere che mi hanno fatto rizzare i capelli, come quella di una ragazza di 24 anni con una gravissima forma di malattia degenerativa, con la quale voleva ringraziarmi per averla fatta sorridere tre volte. Non aveva scritto il suo indirizzo così non le ho mai potuto rispondere Ci chiedono anche se Carvalho e Montalbano potranno mai risolvere un caso insieme.

MVM: Be', i casi non si risolvono mai Non so, ognuno ha il suo universo, il proprio mondo Magari è possibile che entrambi arrivino facilmente alla stessa conclusione ma in ristoranti diversi.

AC: Sono d'accordo.

Pur essendo un rumore che cresceva come una valanga o come l'impeachment di un presidente degli USA, bisognava aspettare l'estate del 1998 perché l'irresistibile ascesa di Camilleri diventasse un'evidenza. Sette romanzi, sette, dello scrittore siciliano entravano nelle classifiche dei libri più venduti in Italia, occupandone spesso i primi posti. Non ci troviamo qui di fronte al solito fenomeno montato dalla pubblicità, bensì alla constatazione che la letteratura più artigianale può essere ratificata dal grande pubblico che diventa l'artefice di un cambiamento di gusto: l'avanguardia dei lettori, oggi molto più determinante dell'avanguardia dei critici impegnati a identificare il lettore con il mercato per screditarlo poi come giudice. Lo stesso Camilleri confessa alla stampa: sono stato lanciato dal tam-tam del pubblico, non ho vinto premi risonanti. La mia casa editrice non fa alcuna pubblicità e sono arrivato così alle 10 mila copie grazie ai lettori che per telefono si consigliavano i miei libri, così come si consiglia un film. E c'è di più: in qualche occasione i lettori lo hanno sconsigliato sulle future mosse da far fare al commissario Montalbano, quasi una sorta di feedback spontaneo degno di essere trattato nelle Facoltà di Scienze della comunicazione. "Non hai letto Camilleri? Possibile che tu non abbia ancora letto Camilleri?..." ha smesso di essere un rumore, per diventare fumetto (in italiano nel testo) all'orizzonte della società letteraria italiana. Scommessa riuscita poiché i suoi libri sono stati pubblicati dalla Sellerio, la prestigiosa casa editrice delle opere di Sciascia, che non aveva alcuna pretesa di competere con i grossi nomi dell'editoria italiana. Di cinquemila in cinquemila, le copie del Cane di terracotta, La strage dimenticata, La concessione del telefono, Il birraio di Preston o La voce del violino hanno coinvolto sempre più il lettore tanto da forzare la domanda: "Chi è Camilleri?". Prima di tutto ci troviamo di fronte ad una personalità eccentrica della società letteraria, dove quasi tutti cerchiamo di vincere per KO appena compiamo i vent'anni. Ebbene, Andrea Camilleri a 73 anni raggiunge un irreversibile successo, dopo una colta vita professionale, maestro d'Arte Drammatica, regista e sceneggiatore teatrale e televisivo, ha raggiunto un ampio consenso di pubblico con gli episodi del commissario Maigret interpretati da Gino Cervi e con le versioni di autori italiani come Terzetto spezzato, di Italo Svevo. Appassionato dell'ottocento siciliano, autore del bellissimo saggio La bolla di componenda, nel 1980 pubblica il suo primo romanzo con la Garzanti che raggiungerà il successo solo con l'edizione della Sellerio nel 1997, proprio su quell'onda del fenomeno Camilleri. Lo scrittore mette a punto una strategia personale per il romanzo di intrigo e trova così il modo per coinvolgere il lettore nell'indagine: per scrivere un giallo occorre un delitto e un investigatore. Ho scelto il nome di Montalbano perché è piuttosto comune in Sicilia e anche in onore di Manuel Vàzquez Montalbàn... Affermazione che raccolgo perché dopo aver conosciuto Camilleri e letto i suoi romanzi, mi sembra un onore immeritato, anche se a volte Montalbano, non Camilleri, si irriti davanti ai gusti di Carvalho, specialmente in fatto di cibo. In quanto alla tecnica, Camilleri dice di aver sviscerato i romanzi di Maigret per portarli sullo schermo... Diego Fabbri mi ha insegnato come smontare un giallo di Simenon e rimontarlo per la televisione. Nel mio primo libro La forma dell'acqua Montalbano era una funzione, non un personaggio con tutte le sue caratteristiche. Il cane di terracotta l'ho scritto proprio per definirlo meglio e quando ho visto che incontrava le simpatie del lettore, ne ho scritti altri due. Camilleri mette a fuoco le ipotetiche ambientazioni siciliane e lo stesso personaggio di Montalbano, che cresce romanzo dopo romanzo fino ad arrivare a smantellare la sua strategia letteraria ed investigativa col libro Un mese con Montalbano. Il libro rappresenta una valida introduzione all'universo Camilleri e al suo personaggio; un episodio al giorno per un mese, dove vengono risolti casi non sempre criminosi, ma che mettono alla prova tanto la sagacia psicologico-deduttiva del commissario, quanto il suo gusto per l'esibizione culturale. I vari riferimenti colti agiscono come i geroglifici egizi nei poemi di Pound, sono finestre aperte su un altro universo, quasi impensabili per un commissario di polizia reale, ma perfettamente verosimili per quello letterario costruito, dopotutto a parole. Camilleri gioca con la vita culturale di Montalbano portando il lettore a credere che un qualsiasi vagabondo si imbatta in un dialogo di alto livello con un funzionario di polizia. In questo modo mette alla prova il "verosimile letterario" che nulla ha a che fare con altri verosimili di finzione: quello cinematografico, per esempio, come lo aveva decifrato Edgar Morin, o quello preso dalla realtà. Camilleri giustifica la stesura dei 30 racconti di Un mese con Montalbano con l'intenzione di offrire una galleria di caratteri siciliani e col proposito di intrattenere Montalbano con 30 bocconi di carni appetitose, mentre l'autore si concentra su altri scritti. Il risultato è un vero e proprio campionario di pennellate che creano allo stesso tempo l'effetto Montalbano, e una stupenda chiave di lettura per gli altri romanzi di Camilleri. Gli attenti osservatori dei romanzi del commissario Montalbano, trovano restrittiva la sua collocazione all'interno del genere poliziesco. Più vicino a Maigret che a Spade, a Carvalho che a qualsiasi altro investigatore alla Boialeau Narjeac, Camilleri confessa di aver reso omaggio a questi personaggi e alla parentela eufonica tra Montalbano e Montalbàn. Solo leggendo i suoi romanzi si possono però cogliere gli elementi che lo avvicinano o lo separano da Simenon o dalle mie stesse intenzioni e possibilità. Da Simenon lo separano la sua visione ludico-colta dell'indagine e della funzione di osservatore, e una certa cosmogonia meridionale ben diversa dalle brume ambientali e cerebrali della cosmogonia 'simenoniana'. Dai miei romanzi carvalhiani e dallo stesso Carvalho lo separa proprio quel substrato camilleriano, in qualche punto simile al mio. Camilleri però è meno condizionato di me dall'ansia che a volte mi assale di essere scrittore e di dimostrarlo. Montalbano esibisce la sua grande cultura e a volte le storie girano attorno ad un pretesto culturale, mentre Carvalho brucia proprio quei libri dai quali una volta dipendeva. Lo stile di Camilleri è ricco di cultura e di Storia, ma soprattutto di pazienza culturale e storica; pazienza da isolano per il quale non è sempre così facile arrivare al centro dell'universo. Tuttavia questo è un falso problema se si pensa che Sciascia al critico Porzio che gli chiedeva perché la Sicilia è sempre al centro dei suoi racconti, risponde affermando che la Sicilia è il mondo. Siciliano d'origine, vincolato all'atmosfera etica culturale ed estetica che ha reso possibili i vari Sciascia, Bufalino e Consolo, con i quali divide l'ossessiva immediatezza dei quattro punti cardinali che avvolgono tutte le isole, Camilleri vive oggi a Roma ed assiste al suo successo letterario con un distacco senechiano, ipotizzando un Seneca carico dello stesso straordinario senso dell'umorismo riscontrato in Camilleri. Il successo di questo autore è complesso se si considera che i suoi romanzi non sono 'facili' e richiedono la complicità di un lettore colto, capace di accettare un universo e un linguaggio siciliano saggiamente dosato e ricercato. Non è facile nemmeno il suo stile che ha richiesto una buona dose di tensione in più da parte del traduttore (della traduttrice in questo caso), per trasmettere il modo di vedere e interpretare la realtà dell'autore. Il successo di Camilleri è dato anche da una nuova tipologia di lettore, quella di un nord culturale, non nel senso geografico, che non cerca materiale di stile folclorico, ma un immaginario sud, carico di astrazioni e concretezze, così ben connotate in questo romanzo. Grazie a questo tipo di lettore il genere poliziesco non è più considerato un sottogenere o semplicemente un aggettivo, ma diventa strategia narrativa, nella quale Camilleri con i suoi 73 anni, si inserisce apportando il suo contributo di rinnovamento nella società letteraria europea di questo decennio.

traduzione Anna Porro

Commissario Montalbano, il caso Carvalho è tuo

Vigata? Come Barcellona. I due investigatori? Pirandelliani. Lo scrittore catalano guarda il telefilm. E fa un annuncio.

È mai possibile che due investigatori, nati dalla fantasia romanzesca di due persone, s'incontrino? No, ma ci siamo quasi vicini. Si danno appuntamento, nelle pagine di uno stesso libro, i loro rispettivi padri: Manuel Vásquez Montalbán e Andrea Camilleri. Il primo è il creatore di Pepe Carvalho, detective con un passato Cia e di sinistra; il secondo è Salvo Montalbano, commissario di polizia, siciliano, che deve il proprio nome all'ammirazione che aveva Camilleri del collega spagnolo. Il señor Carvalho e il dottor Montalbano, insieme, hanno milioni di lettori. Ora i loro creatori stanno scrivendo un libro a quattro mani. Era destino, in nome della mediterraneità, della vicinanza emozionale e fantastica tra Barcellona e la Sicilia.

«Ci spediamo molti fax, la nostra è una lunga conversazione sull'origine del romanzo, sul rapporto tra ideologia e letteratura e varie altre cose» rivela Vásquez Montalbán. Il sessantenne narratore della Catalogna è quindi più che mai incuriosito dalla trasposizione televisiva delle avventure del suo quasi omonimo, interpretato da Luca Zingaretti. L'impulsivo e geniale funzionario di polizia, nella inventata Vigata, dagli ombrosi contorni pirandelliani, cercherà colpevoli nella terza serie del Commissario Montalbano, in due vicende: Gita a Tindari e Tocco d'artista. A cominciare dal 9 maggio su Raidue, per la regia di Alberto Sironi (produzione della Palomar di Carlo Degli Esposti).

«Siamo d'accordo su molte cose» dice Montalbán a Panorama, riferendosi a Camilleri «soprattutto sulla gastronomia. I nostri personaggi sono golosi. Il pranzo degli autori è sempre stato complice. Poi in comune abbiamo una certa malinconia di sinistra, la disposizione alla libertà della ragione senza i filtri ideologici. Infine siamo figli dello stesso patrimonio letterario». Montalbán, come Camilleri, è attentissimo lettore di Luigi Pirandello e Leonardo Sciascia.

Il privato del personaggio s'intreccia con casi umani di alta tensione emotiva. Nella Gita a Tindari, Montalbano si trova a indagare su un reticolo di spaventosa ferocia umana, partendo dalla morte di un uomo e dalla scomparsa di due anziani coniugi. Il poliziotto s'indigna. «La denuncia sociale» dice lo scrittore spagnolo «è implicita in Camilleri che fa del suo sbirro un uomo giusto, sia pure nel limite impostogli dalla legge. È un personaggio positivo, capace di ribellarsi e di subire il disprezzo».

Nel Tocco d'artista (tratto da un racconto), Montalbano s'immerge in una storia privata. Le suggestioni di Pirandello sono visibili. Luca Zingaretti va a frugare nei segreti di due fratelli e mette le mani nel marcio privato. Spesso un compito simile è toccato a Carvalho. Questo è anche il punto d'incontro dei due autori. Spiega Montalbán: «Separare il noir dal romanzo d'avventura o d'amore è un razzismo letterario. Alcuni lo hanno capito, altri no. Sia io che Camilleri non siamo scrittori mimetici, quelli cioè che ripetono una formula, pedissequamente. Io parto dalla trama gialla per fare una cosa diversa».

Sia il siciliano sia lo spagnolo adorano Sciascia. E verso lo scrittore di Racalmuto hanno un debito artistico. Montalbán dice di lui: «Era una fusione straordinaria di Manzoni, Voltaire, Kafka e Chandler, era un uomo di grande lettura politica, di fenomenale intuito sulla doppia verità che si nascondeva dietro la guerra fredda e i rapporti tra Dc e Pci. Sciascia arrivava sempre a descrizioni politiche eccellenti». Camilleri non fa mistero della sua ammirazione per Sciascia, del quale era intimo amico.

Gli investigatori invecchiano. Anche i Maigret vanno in pensione. E Carvalho? «Lo lascio cadere nel passato» rivela Montalbán «o lo faccio immergere in una nuova attività. Intanto si fa un viaggio intorno al mondo. Nel frattempo sono alle prese con un romanzo d'amore, una specie di rappresentazione dell'ipocrisia sulla falsariga dei racconti di re Artù».

Il privato del personaggio s'intreccia con casi umani di alta tensione emotiva. Nella Gita a Tindari, Montalbano si trova a indagare su un reticolo di spaventosa ferocia umana, partendo dalla morte di un uomo e dalla scomparsa di due anziani coniugi. Il poliziotto s'indigna. «La denuncia sociale» dice lo scrittore spagnolo «è implicita in Camilleri che fa del suo sbirro un uomo giusto, sia pure nel limite impostogli dalla legge. È un personaggio positivo, capace di ribellarsi e di subire il disprezzo».

Nel Tocco d'artista (tratto da un racconto), Montalbano s'immerge in una storia privata. Le suggestioni di Pirandello sono visibili. Luca Zingaretti va a frugare nei segreti di due fratelli e mette le mani nel marcio privato. Spesso un compito simile è toccato a Carvalho. Questo è anche il punto d'incontro dei due autori. Spiega Montalbán: «Separare il noir dal romanzo d'avventura o d'amore è un razzismo letterario. Alcuni lo hanno capito, altri no. Sia io che Camilleri non siamo scrittori mimetici, quelli cioè che ripetono una formula, pedissequamente. Io parto dalla trama gialla per fare una cosa diversa».

Sia il siciliano sia lo spagnolo adorano Sciascia. E verso lo scrittore di Racalmuto hanno un debito artistico. Montalbán dice di lui: «Era una fusione straordinaria di Manzoni, Voltaire, Kafka e Chandler, era un uomo di grande lettura politica, di fenomenale intuito sulla doppia verità che si nascondeva dietro la guerra fredda e i rapporti tra Dc e Pci. Sciascia arrivava sempre a descrizioni politiche eccellenti». Camilleri non fa mistero della sua ammirazione per Sciascia, del quale era intimo amico.

Gli investigatori invecchiano. Anche i Maigret vanno in pensione. E Carvalho? «Lo lascio cadere nel passato» rivela Montalbán «o lo faccio immergere in una nuova attività. Intanto si fa un viaggio intorno al mondo. Nel frattempo sono alle prese con un romanzo d'amore, una specie di rappresentazione dell'ipocrisia sulla falsariga dei racconti di re Artù».

Pier Mario Fasanotti - Panorama, 04.05.2001